L’editoriale del mese.
A cura di Lisa Ciardi
Molto è stato detto e troppo è stato scritto sui cinque sub italiani morti alle Maldive. Una tragedia alla quale si è poi aggiunta la perdita di un sesto sommozzatore, intervenuto per recuperare i corpi.
Come spesso accade in questi casi, si sono moltiplicati giudizi, ipotesi, ricostruzioni. Tutti comprensibili a fronte di un caso di cronaca così drammatico, insolito, difficile da ricostruire. Quello che invece non si può e non si deve capire è l’odio che striscia o si palesa in alcuni commenti nei confronti di chi corre rischi. Come se rischiare fosse una colpa e la tragedia una sorta di dovuta espiazione.
Eppure ciò che siamo e che abbiamo come umanità lo dobbiamo in gran parte proprio a chi, nel corso della storia, ha rischiato. A chi è stato così folle da lasciare le caverne, maneggiare il fuoco, prendere il mare. A chi ha scalato montagne, si è gettato nel vuoto con ali posticce, ha volato appeso a un pallone. Quanti sono caduti in quella che, allora, doveva sembrare pura pazzia, per far sì che oggi potessimo chiamarla normalità?
Sia chiaro, non si tratta di elogiare l’imprudenza né di giustificarma. Si tratta solo di avere pietoso rispetto per chi, seguendo l’umanissimo desiderio di superare i limiti, ha commesso un errore e lo ha pagato con la vita. Perché se c’è qualcosa che ci distingue da piante e animali è anche e soprattutto questo: voler provare ad andare oltre l’istinto, anche quello di sopravvivenza.