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IL RIMPIANTO DEL FUTURO

L’editoriale del mese.

A cura di Lisa Ciardi

Uno dei tratti costanti di questi nostri tempi, soprattutto fra i meno giovani, è il rimpianto del passato. La narrazione, cioè, di quanto si stesse bene in quella micro era inclusa fra gli anni Cinquanta e i Novanta. Ma è davvero così? Il mondo era migliore ai tempi della Guerra fredda, dei giornalisti e dei sindacalisti gambizzati in strada, della strage di Bologna? O ancora del conflitto in Vietnam, della stagione dei sequestri di persona e degli attentati di mafia? Davvero potevamo sentirci più sicuri o in pace?
Fatti alla mano è difficile crederlo, ma certo qualcosa è cambiato. Da una parte, c’è un dato anagrafico: chi guarda ai propri anni giovanili li rimpiange non perché fossero più felici per tutti, ma perché lo erano per lui o per lei. Ma a essere diversa, probabilmente, è anche la prospettiva. Dal Secondo Dopoguerra in avanti, proprio per la consapevolezza di aver archiviato dittature e guerre, c’era la sensazione che il peggio fosse ormai alle spalle. Che il mondo potesse viaggiare verso il progresso economico, la pace, il rispetto dell’ambiente e dei diritti. E ciò che di terribile accadeva (per quanto enorme), veniva visto come un inciampo o come retaggio di un passato che sarebbe poi stato archiviato. Oggi quella sensazione è stata sostituita dal timore che domani possa essere peggio di ieri, con più guerre, povertà e ingiustizie. Dalla sensazione che la legge del più forte possa tornare a contare, sopra le regole e i diritti. È questo, credo, ad angosciarci.
Ma in fin dei conti, allora come adesso, le leve del cambiamento sono le nostre mani, soprattutto in quelle dei più giovani. Sta a noi credere nel futuro. Ma soprattutto provare a costruirlo giorno per giorno.

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