Dal 2016. Edera - La cultura cresce ovunque
Mensile di attualità e reportage dal mondo.
Back

IL PAESE MI STA STRETTO

Essere giovani dove il futuro non sembra esserci

di Pietro Cellini

Sono quasi sei milioni i giovani che in Italia vivono in piccoli comuni o aree provinciali. Crescono in luoghi dove il bar chiude alle otto, l’autobus passa due volte al giorno e il cinema più vicino è a venti chilometri. Luoghi spesso bellissimi, ma che possono diventare soffocanti. Vivere qui significa anche fare i conti con uno sguardo collettivo che ti segue, ti precede e spesso ti definisce prima ancora che tu abbia avuto il tempo di farlo da solo. «Ah ma tu sei il figlio di», «Sei quello che si veste così». Un’etichetta che inevitabilmente ti viene cucita addosso da una comunità che ha buona memoria e poco spazio per la sfumatura. 

Il problema non sono solo le opportunità che negli anni si sono dimezzate, vedendo le province svuotate e portando la gente a vivere nelle città. C’è soprattutto una questione di libertà, o meglio, di quanto sia difficile conquistarla quando tutti intorno a te credono già di sapere chi sei. Sperimentare, sbagliare e ricominciare: cose che in una grande città passano quasi inosservate, in un paese diventano invece argomento di conversazione, giudizio e pettegolezzo.

Per analizzare questo fenomeno, quale metodo migliore può essere dell’intervistare direttamente chi vive questa situazione tutti i giorni? Ecco perché ascoltando Matteo, ragazzo prossimo al diploma cresciuto nella provincia fiorentina, in un paesino di 700 abitanti, vengono fuori e si confermano tutte le problematiche che un giovane affronta crescendo in questi luoghi. Rompendo il ghiaccio con una domanda iniziale sul come sia stato crescere in questa realtà la risposta è stata chiara: «Vivendo una realtà molto lenta e strettamente legata al paese, non solo come luogo di residenza, ma come sentimento di vicinanza gli uni con gli altri, durante la mia crescita non mi è mancato niente. Avevo tutto: amici, scuola, parenti. Tutto qua, come se il mio mondo si fermasse lungo i confini e ciò, effettivamente, per un bambino è l’ideale. Adattarsi piano piano, inserirsi nel mondo con calma mi ha solo aiutato, se non protetto da una realtà ormai troppo frenetica e veloce. Durante l’adolescenza però tutto è cambiato: da posto sicuro la provincia è diventata una gabbia. Avevo il bisogno di uscire, esplorare e ho iniziato a percepire quanto ormai mi iniziasse a stare stretta. La prima volta che sono andato da solo in città è stato uno choc, era tutto diverso e così bello. Firenze per me era diventata “La Mecca”, un luogo stupendo quanto lontano che sempre di più mi ha spinto a voler conoscere». 

Incalzando ho chiesto quindi quali siano effettivamente i limiti incontrati durante la sua vita ad ora: «Il primo limite, quello più lampante, è il socializzare. In realtà così isolate sono costretto a frequentare sempre i soliti luoghi e di conseguenza le medesime persone, sentendomi quasi come in una bolla dove tutto è prettamente legato a questa micro-realtà. L’altro, che più che limite definirei essere un macigno, è il senso di soffocamento che la provincia mi trasmette. Tutti sanno tutto di tutti, le voci girano di bocca in bocca e ognuno sa chi sei per sentito dire, come se le dicerie diventassero il tuo essere, la tua persona. Mi fa sentire oppresso, vincolato e soprattutto costantemente giudicato da chiunque, limitando le possibilità di scoprirmi per capire il vero me. All’inizio le chiacchiere sono solo chiacchiere, ma col tempo capisci che quelle parole sono etichette che ti vengono cucite addosso. Col passare degli anni il mio paesino, che sembrava fatto a misura per me, ha iniziato a farmi mancare l’aria come fosse una gara di apnea, per poi finire per soffocare». Continuando ho chiesto se⁠⁠ il problema fosse la provincia in generale o solamente il luogo dove abita adesso. «Il problema non è la provincia in sé, bensì le persone. Per quanto il luogo ti possa isolare, le persone sono quelle che ti soffocano e questo, a mio avviso, è il problema più grande. Alla fine dei conti il territorio offre il più possibile ai giovani. Cerca di coinvolgerli creando eventi e attività sociali e culturali, mettendo a disposizione locali, parchi e piazze. Dal mio punto di vista, in questo, le amministrazioni locali fanno un lavoro non indifferente, però rimane il costante senso di monotonia che caratterizza la provincia».

In sintesi, se la provincia offre luogo sicuro durante l’infanzia, nell’adolescenza si trasforma in una gabbia di etichette e pregiudizi. Fuggire diventa quindi una necessità vitale per molti giovani: l’unica vera occasione per allontanarsi dal giudizio costante e scoprire liberamente la propria identità.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

Richiedi ora la copia che cerchi dall'archivio di Edera

Ti risponderemo in base alla disponibilità