Aiutare gli altri non richiede doti speciali, ma la voglia di esserci e sporcarsi le mani
di Ambra Cardini
Parlare di Caritas oggi significa spesso scontrarsi con un immaginario collettivo fatto di mense, pacchi alimentari e centri d’ascolto. Sebbene queste siano le braccia operative dell’organizzazione, il cuore pulsante risiede nella radice stessa del nome: la Carità. La carità è spesso fraintesa come un gesto di elemosina per mettere a tacere la coscienza. Tuttavia, l’etimologia ci riporta a un significato molto più profondo e “scomodo”. Carità deriva dal latino caritas, che indica ciò che è caro, prezioso, è la forma più alta di amore: un amore che non chiede nulla in cambio. La Caritas, dunque, non è un’agenzia di servizi sociali, ma un organismo che ha il compito di educare alla condivisione e al senso del “mettersi accanto”.
Ho incontrato Bernardo Ballini, un volontario che opera nel territorio di Scandicci, in provincia di Firenze. Attraverso la sua esperienza, emerge un ritratto di un volontario con una profonda umanità e tanta bontà d’animo.
Ti ricordi il momento esatto o l’incontro specifico che ti ha fatto dire sì. Quello in cui hai pensato: “Voglio dedicare il mio tempo alla Caritas”. Cosa è scattato in quel momento?
«Nella mia esperienza, l’episodio scatenante è avvenuto durante un’emergenza freddo qui a Scandicci. C’era una struttura che ospitava circa dodici ragazze. Io ho sempre avuto questa grande passione per la cucina. In quel periodo cercavano volontari che preparassero i pasti con le donazioni che arrivavano dal Banco Alimentare e dalla Caritas stessa. Ecco, è partito tutto da lì. Cucinare per l’altro, farlo sedere idealmente accanto a te a tavola, è un gesto di relazione purissimo. Entri in contatto con l’altro attraverso il nutrimento. E c’è un dettaglio curioso che mi ha fatto capire di essere sulla strada giusta. Mentre cucinavo in quel contesto di volontariato, una signora assaggiò un mio piatto. Io stavo attraversando un momento lavorativo un po’ particolare, incerto. Lei rimase così colpita che mi disse: “Ma è buonissimo! Perché non viene a cucinare per noi, nelle nostre strutture?”. Da quel gesto di dono è nata addirittura una professione. C’è sempre una corrispondenza: quando dai, c’è qualcosa che ti viene restituito in modo triplicato nella tua vita in modo del tutto inaspettato».
Prima di iniziare, avevi un’idea preconcetta sul mondo del volontariato o sulle persone che avresti aiutato? Com’è cambiata questa visione oggi?
«Devo essere sincero: da ragazzo guardavo gli altri fare volontariato, chi nella Misericordia, chi negli ospedali e pensavo sempre: “Io non ce la farei mai”. La vera svolta è stata la paternità. Quando è nato mio figlio, Ruben, era piccolissimo. Ti ritrovi tra le mani una creatura che devi accudire in tutto. Inizi a dare una mano a tua moglie, impari ad avere cura di lui fisicamente e spiritualmente. Lì mi si è aperto un mondo: ho capito che ero pronto per prendermi cura anche di chi non era “mio”. Insieme ad alcuni amici sono andato al Cottolengo, dove ci sono anziani e persone con gravi difficoltà motorie e mentali. Abbiamo iniziato ad andare lì il sabato mattina per fare una cosa semplicissima: la barba. Molti di quei signori sarebbero stati in grado di farsela da soli, ma il punto non era il rasoio. Era il momento di gioia, l’atmosfera da barbiere, la chiacchiera, la relazione. Aspettavano il sabato mattina come una gloria. Lì ho capito che il volontariato non è “fare qualcosa per qualcuno”, ma “stare con qualcuno”».
Molti vorrebbero aiutare ma temono di non avere tempo o competenze. Cosa diresti a chi è fermo sulla soglia del dubbio? E cosa serve oggi alla Caritas per migliorare?
«Aiutare è un istinto naturale. Se vedi uno in difficoltà, la prima reazione è tendere la mano. Non servono lauree per questo. È chiaro che se vuoi scendere più nel profondo, la formazione serve: se vai in una Rsa o in un centro d’ascolto, devi avere delle linee guida, devi sapere come muoverti. Ma non bisogna lasciare che la burocrazia o la paura di non essere all’altezza ci blocchino. Il cambiamento avviene facendolo. Ci vogliono i giovani. Gli anziani sono fondamentali per l’esperienza e l’esempio, ma servono il coraggio e l’energia delle nuove generazioni. Ci vuole gente che abbia voglia di sporcarsi le mani e di scoprire che, in fondo, quando aiuti qualcuno, quello che riceve il dono più grande sei sempre tu».
La storia di Bernardo insegna che il volontariato non è eroismo, ma presenza: dalla cura di un figlio alla barba fatta a un anziano, ciò che conta non è il “fare”, ma lo “stare insieme”. In un mondo che corre, cucinare per qualcuno o ascoltare una storia è un atto rivoluzionario. Non servono grandi competenze, ma il coraggio di sporcarsi le mani: donando il proprio tempo, la vita restituisce un senso nuovo. Abbattiamo il muro del dubbio per non restare soli. La porta della carità è aperta: oltre quella soglia, un pasto caldo o un paio di mani volenterose aspettano solo di incontrarsi. Perché, alla fine, il regalo più grande non è quello che dai, ma quello che diventi mentre lo fai.
Articolo realizzato dalle classi del Russell Newton di Scandicci nell’ambito del Laboratorio di Edera “Il giornalismo in classe”.