Dal 2016. Edera - La cultura cresce ovunque
Mensile di attualità e reportage dal mondo.
Back

HO PAURA DI GUARIRE

Oltre la gabbia del controllo: il coraggio di lasciar andare i timori e accettare il Dca

di Giulia Nocci

«Non ho bisogno di aiuto, tantomeno di guarire da un disturbo che non ho». Era questo che pensava Chiara ogni volta che le veniva fatto notare che qualcosa non andava.

Chiara (il nome dell’intervistata è di fantasia allo scopo di tutelarne l’identità) è una ragazza di 26 anni, in cerca della sua strada, del suo posto nel mondo; una ragazza all’apparenza come tante ma che proprio nell’apparenza della normalità, dei sorrisi, della routine ha nascosto a sé stessa e agli altri un disturbo alimentare (Dca).

Secondo i dati 2025 di Sinpia, in Italia sono oltre 3 milioni le persone che soffrono di Dca. I disturbi alimentari non sono tutti uguali, alcuni possono essere “invisibili”, il che non significa che non esistano, ma che riescono a rimanere nascosti, ad essere normalizzati, interiorizzati, così si finisce per pensare di non essere affetti da un disturbo o di non essere “abbastanza malati” da dover chiedere aiuto.

«Per moltissimo tempo l’idea di chiedere aiuto non mi è passata nemmeno per la mente. Semplicemente non pensavo di avere un problema, non mi sentivo una persona malata… dopotutto ero una ragazza normopeso» racconta Chiara.

Nell’immaginario comune il principale indicatore di un disturbo del comportamento alimentare è infatti il peso, quest’ultimo tuttavia non racconta tutto; un DCA si misura anche da segnali all’apparenza invisibili come la paura o il senso di colpa che crea mangiare un determinato cibo, le regole alimentari autoimposte, lo spazio che il cibo arriva ad occupare nella mente, la “vita” che si evita pur di controllare ciò che si mangia.

Per Chiara è iniziata così; un semplice tentativo di perdere peso che, un po’ alla volta, si è trasformato in qualcosa di più.

«All’inizio credevo fosse salutare voler migliorare la mia alimentazione – racconta -. Ma con il tempo è arrivato il controllo, un controllo che si è fatto sempre più minuzioso, più ossessivo, più stringente. Una gabbia che mi toglieva tutto ma dentro la quale, paradossalmente, riuscivo a sentirmi al sicuro».

Il controllo nei Dca può inizialmente dare un senso di sicurezza, può far sentire in pace con se stessi, persino orgogliosi della propria “disciplina”. Lentamente, però, quel controllo diventa obbligo, restrizione, ansia e prende sempre più spazio nella mente, nelle scelte quotidiane, nell’umore, finché pone di fronte ad un bivio: restare isolati nella sicurezza illusoria dei propri piani oppure scegliere di tornare a vivere. «Tutto questo controllo, tutte le rinunce avevano dato i loro frutti… -continua Chiara – finalmente dopo tanti sforzi mi guardavo allo specchio e ciò che vedevo mi piaceva».

Chiara racconta di come da quel momento il disturbo non sia scomparso, al contrario: «È aumentato il controllo, è aumentata l’ansia della socialità, delle uscite, dell’imprevisto; è subentrata la paura, la paura del riprendere quel peso che finalmente era sceso». Chiara dentro di sé sapeva che c’era qualcosa che non andava, ma la convinzione di non avere bisogno di aiuto è rimasta più forte perché, infondo, era “tutto sotto controllo”.

Tutto sotto controllo tranne la paura di riprendere quei maledetti chili; tutto sotto controllo tranne la paura di guarire, perché guarire significa lasciar andare una parte di sé che fa sentire al sicuro, significa tornare a sentire quelle emozioni che, per molto tempo, si è cercato di soffocare.

Tre anni di amenorrea e il rifiuto di qualsiasi consiglio medico per risolvere l’assenza del ciclo mestruale hanno portato finalmente Chiara ad ammettere di non voler ricevere aiuto per una sola grande paura: la paura di guarire.

«È stato nel momento in cui ho realizzato che preferivo rimanere senza ciclo mestruale piuttosto che riprendere peso che ho riconosciuto di soffrire di un Dca… ho finalmente avuto il coraggio di lasciar andare la paura ed accettare qualcosa che infondo, dentro di me, avevo sempre saputo».

Quella di Chiara non è affatto una storia isolata ma una realtà comune, forse troppo. I disturbi alimentari rappresentano infatti un’emergenza di salute pubblica concreta e sono oggi la seconda causa di morte tra le giovani donne dopo gli incidenti stradali. Circa il 30% delle persone che vivono un Dca non riceveranno mai un trattamento; la storia di Chiara ci ricorda che anche se un Dca è “invisibile” non significa che non necessiti di aiuto. Dai Dca si può guarire, è importante non farsi fermare dalla paura di ritrovare se stessi.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

Richiedi ora la copia che cerchi dall'archivio di Edera

Ti risponderemo in base alla disponibilità