Il lungo purgatorio dell’ex brigatista Franco Bonisoli
di Niccolò Righi
C’è un istante preciso in cui la storia italiana si inceppa e devia bruscamente dal suo corso. È la mattina del 16 marzo 1978: in via Fani, a Roma, un commando armato assale l’auto di Aldo Moro. Quel luogo diventa il simbolo più drammatico degli anni della lotta armata e di una frattura che segnerà a lungo il Paese. Tra gli uomini presenti in via Fani c’è anche Franco Bonisoli, ex brigatista che prende parte all’agguato in cui viene rapito l’allora presidente del Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana Aldo Moro e in cui vengono uccisi i cinque agenti della sua scorta. Bonisoli, nello stesso anno, viene arrestato e rimane in carcere fino al 2001. Oggi è uno dei principali promotori della cosiddetta giustizia riparativa, amico di Agnese Moro. Sì, proprio la figlia di Aldo. Questa è la sua storia.

«La giustizia riparativa è stata un punto di approdo ed è arrivata dopo un lungo cammino» ci racconta Bonisoli all’interno del Centro Asteria, la struttura gestita da suore dove collabora come volontario, centro culturale e sportivo del Quartiere 5 di Milano, una zona che si trova a sud del centro, nota per un tasso di criminalità elevato.
Il cammino di Franco Bonisoli ha inizio negli anni Settanta, in un contesto di forte trasformazione sociale, in cui soffia forte il vento di una rivoluzione che per qualcuno sarebbe dovuta essere violenta. «Ho scelto la via della lotta armata e sono entrato in un’organizzazione che aveva questo scopo: le Brigate Rosse. Ero disposto a donare la mia vita per una causa che ritenevo giusta, consapevole che sarei potuto finire in carcere o addirittura morire su quello che consideravo un campo di battaglia».
Gli anni Settanta italiani, infatti, sono anche conosciuti come gli “anni di piombo”, un periodo che gli storici sono soliti far iniziare dal 1969 e terminare nel 1980, caratterizzato da violenze di piazza, lotta armata, sequestri e stragi terroristiche, a firma di organizzazioni extraparlamentari di estrema sinistra e di estrema destra.
«Avevamo una visione del mondo manichea, in cui c’erano dei buoni da difendere – i poveri, gli operai, gli sfruttati – e dei cattivi da contrastare – i ricchi, i padroni e soprattutto lo Stato. Quando sei in una logica di guerra, in cui pensi che la tua sia la parte “giusta”, non vedi più gli altri come persone, ma come simboli di ciò che stai combattendo. Ed è qui che perdiamo la nostra umanità». Entrare in questa logica è un qualcosa che “schiavizza” dice Franco Bonisoli, che è riuscito a uscirne dopo una forte crisi identitaria avuta negli anni successivi, una crisi che lo ha portato a rivedere tutto ciò che era stato. Perché quando vivi nella clandestinità, non hai tempo di guardare chi ti insegue, se la polizia o i fantasmi della vita. A un certo punto però Bonisoli ha scelto con coraggio di voltarsi indietro e ha visto anni di lotta, di attentati, di rapimenti, di carcere.
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