Il malessere che condiziona i giovani
di Manuel Auricchio
L’ansia è la migliore amica dei giovani. Negli ultimi anni si è osservato come i livelli di salute mentale tra gli adolescenti siano sempre più bassi. Il rapporto da parte dell’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, evidenzia che le giovani con età compresa tra i quindici e diciannove anni, hanno sintomi di malessere multipli maggiori rispetto al sesso maschile.
Questo scenario si è aggravato con l’arrivo del Covid-19 nel 2020 e i conseguenti lockdown, che hanno costretto i ragazzi all’isolamento domiciliare. Gli studi post-pandemici, hanno rilevato un incremento significativo di depressione, ansia e problemi comportamenti, intensificando sentimenti come rabbia, paura, negatività, disattenzione, irritabilità, soprattutto nelle nuove generazioni.
Un ruolo centrale riguarda il mondo online. La generazione z, che include i nati tra il 1995 e il 2010, vive un forte malessere amplificato dai social media. La metà degli adolescenti che ha un profilo sui social manifesta preoccupazioni e disagi legati all’aspetto fisico e le proprie amicizie. Si osserva un’ossessione per la condivisione della propria immagine, associata a una cura eccessiva dietro alla pubblicazione di ogni scatto. L’aspetto più particolare è l’enfatizzazione della perfezione con la quale la generazione z si confronta continuamente. Il risultato che si ottiene è che i giovani tendono sempre più a rifugiarsi dietro gli schermi dei propri smartphone, evitando di confrontarsi in contesti reali, rafforzando sentimenti di insicurezza e inadeguatezza.
Questo disagio non si limita al contesto social, ma si estende ad ambienti fisici come la scuola. Uno studio condotto da Unicef su un campione di 25mila studenti, ha rilevato che la metà si sente inadeguata e insicura per via del continuo confronto tra compagni. La principale causa di questo malessere sembra essere proprio l’iper-competizione. Il problema persiste nel contesto universitario: qui le continue pressioni accademiche, le aspettative familiari e il timore del fallimento generano blocchi emotivi e profonda ansia, condizionando la scelta stessa della facoltà, spesso fatta più per non deludere i genitori che per reale passione.
Per comprendere a pieno il fenomeno è essenziale integrare l’analisi sociologica con il punto di vista clinico. Un neuropsichiatra spiega che i disturbi d’ansia derivano da una base genetica, affiancata da una maggiore esposizione dovuta all’incertezza del contesto attuale. Le neuroscienze hanno dimostrato che i disturbi d’ansia e gli attacchi di panico sono ereditari. È sorprendente come la genetica non si limiti a trasferire i geni responsabili dei caratteri fenotipici. Inoltre, si parla di ‘pattern neurofisiologico’ per definire una struttura celebrale e un asse ormonale geneticamente predisposti a lavorare più del normale, portando allo sviluppo disturbi anche in contesti familiari sereni e armoniosi.
L’esperto collega l’isolamento emotivo attuale alla scarsa connessione umana a favore di quella digitale. Da un punto di vista generazionale vi è una forte differenza tra la generazione x e z: i componenti della prima avevano un approccio più distaccato che permetteva ai figli di fare ‘vita di strada’ e sperimentare il fallimento. Al contrario, l’iperprotezione odierna priva i giovani di questa scuola di crescita, alimentando l’ansia di non essere mai abbastanza.
Rispetto al passato, le diagnosi di oggi sono più raffinate e capaci di intercettare dinamiche a rischio, per via di strumenti in grado di coglierle. Non bisogna poi confondere il comune malessere o il senso di inadeguatezza con il disturbo strutturato che necessita di cure mediche.
Occorre tenere a mente che l’ansia nasce come meccanismo adattivo, diventando disfunzionale solo quando supera determinati limiti.
L’ansia giovanile è un fenomeno complesso, in cui un adolescente è in bilico tra l’iperconnessione e la fragilità sociale. Se da un lato si nota come l’ambiente sia una delle cause di questo malessere, dall’altro la scienza ci ricorda che la vulnerabilità biologica gioca un ruolo fondamentale. Capire questa distinzione tra disagio fisiologico ed espressione clinica è importante per non patologizzare ogni emozione, ma allo stesso tempo, garantire il giusto supporto a chi ha veramente bisogno di un intervento medico.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze