L’università è diventata un lusso per pochi
di Alice Venturi
C’è un paradosso tutto italiano che sta diventando la norma: studiare costa talmente tanto che, paradossalmente, non hai più il tempo (o la testa) per studiare.
Se oggi decidi di fare le valigie e iscriverti all’università in una grande città, devi mettere in conto che la tua vita non sarà fatta solo di libri e sessioni d’esame, ma di una lotta quotidiana contro il carovita che ti prosciuga le energie prima ancora del portafoglio.
Siamo passati dal “diritto allo studio” al “diritto a indebitarsi”. Entrare in una stanza in affitto a Milano, Bologna, Roma o Firenze oggi sembra più un provino per un reality estremo che una ricerca immobiliare. Ti trovi davanti a sgabuzzini spacciati per “accoglienti singole” a 700 euro al mese, spese escluse, in appartamenti dove la muffa è l’unica coinquilina che non paga l’affitto. E la cosa peggiore è che ormai ci siamo quasi abituati, come se fosse normale accettare condizioni da terzo mondo per avere un pezzo di carta in mano tra cinque anni.
Per capire quanto la situazione sia effettivamente fuori controllo, ho fatto due chiacchiere con Sabrina. È al terzo anno di Economia, si è trasferita a Firenze da un paesino in provincia di Milano e ha le idee molto chiare su cosa significhi “gestire un budget” quando il mercato ti rema contro.
Sabrina, a quanto ammonta il tuo “costo di sopravvivenza” ogni mese?
«Tra l’affitto della stanza, che è una singola normalissima in zona non centrale, e le bollette, arrivo a 750 euro. Se ci aggiungi la spesa, i mezzi e qualche libro, arrivo a mille euro senza nemmeno accorgermene. I miei mi danno una mano, ma non possono coprire tutto, quindi faccio ripetizioni quasi tutti i pomeriggi. Praticamente ho una giornata lavorativa di dieci ore tra lezioni e lavoro, ogni giorno».
È vero che si finisce per scegliere il corso di studi in base a quanto costa la città e non in base a cosa si vuole fare?
«Assolutamente sì. Ho amici bravissimi che sono rimasti a casa perché i genitori non potevano permettersi di mandare 1.200 euro al mese fuori regione. È una selezione che non ha nulla a che fare con il merito, è solo questione di portafoglio. Io stessa ho dovuto rinunciare ad alcune attività extra o a corsi privati perché costavano troppo. Ti senti sempre un passo indietro rispetto a chi ha la famiglia che paga tutto e può dedicarsi solo a studiare».
Le borse di studio e le agevolazioni servono a qualcosa?
«Sulla carta sì, ma nella realtà sono briciole. I parametri Isee sono spesso sballati rispetto al costo della vita reale del 2026. Se i tuoi genitori hanno una casa di proprietà ma uno stipendio normale, risulti “ricco” per lo Stato, ma poi non hai i soldi per pagare l’affitto. È un sistema che non vede la realtà dei fatti».
Cosa servirebbe per sbloccare questa situazione?
«Servono posti letto veri, gestiti dall’università o dal Comune, a prezzi bloccati. Non puoi lasciare che il mercato degli affitti sia una giungla dove ogni proprietario chiede quello che vuole perché sa che tanto uno studente disperato lo trova sempre. Studiare fuori sede dovrebbe essere un investimento sul futuro del Paese, non una tassa sull’ambizione dei ragazzi».
Ripensando alle parole di Sabrina, mi rendo conto che il problema non è solo economico, è sociale. Stiamo trasformando le università d’eccellenza in club privati. Se non hai le spalle coperte, la strada è in salita e piena di ostacoli che non hanno nulla a che vedere con la capacità intellettuale.
Le città si riempiono di studentati di lusso che costano 700 euro al mese, mentre gli studenti normali vengono spinti sempre più in periferia. Non è solo una questione di soldi, è una questione di prospettive. Se continuiamo così, tra qualche anno ci ritroveremo con una classe dirigente selezionata non per competenza, ma per eredità. E questo è un lusso che l’Italia non può più permettersi.
Non si può chiedere a una generazione di essere competitiva e brillante se la si costringe a vivere con l’ansia costante di finire i soldi a metà mese. Studiare non dovrebbe essere una prova di resistenza fisica e mentale contro un sistema che sembra fatto apposta per farti mollare.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze