La storia di Lorenzo, rifiutato dal seminario perché queer, aveva toccato anche la penna di Papa Francesco
di Chiara Fusar Bassini
Si può essere cattolici, queer e sentire la vocazione per il sacerdozio? A qualcuno apparirà una contraddizione, ma per Lorenzo Michele Noè Caruso, studente di 24 anni, è semplicemente la realtà. Ha capito di voler entrare in seminario quando di anni ne aveva ancora 18: da lì ha intrapreso con il suo padre spirituale il percorso ignaziano per esplorare la propria vocazione nella vita. Al suo termine, di solito è il vescovo a valutare l’ammissione in seminario del candidato, ma nel caso di Lorenzo le cose sono andate diversamente.

Cosa è successo?
«Concluso il percorso ignaziano, il vescovo di La Spezia, non riuscendo a prendere una decisione, mi ha mandato di fronte al rettore del seminario di Genova. Alla fine ha affermato che io non fossi omosessuale, ma immaturo sessualmente. Dunque mi ha proposto un percorso psicologico, di fatto una terapia di conversione, che io non ho mai intrapreso.
Poi ho pensato: “la Chiesa cattolica non mi vuole? Allora cercherò una Chiesa che mi accolga” e l’ho trovata grazie al Progetto Gionata, che offre un servizio di ascolto indirizzato a persone cattoliche queer. Così ho scoperto l’associazione La Tenda di Gionata, che a settembre del 2025 ha portato all’interno di San Pietro una folla di giovani queer con bandiere colorate e una croce arcobaleno in occasione di una sorta di Giubileo Lgbtqia+».
Cosa ti ha portato a decidere di raccontare la tua storia?
«A maggio del 2024 Papa Francesco disse che c’era troppa frociaggine nei seminari. In quel momento, nonostante fossero passati quattro anni dal rifiuto, ho inviato al Vaticano una lettera in cui raccontavo la mia esperienza. Dopo due giorni il Papa ha risposto. Mi ha colpito che abbia scritto “continua con la tua vocazione”».
Pensi che si verifichino ancora discriminazioni di questo genere nelle istituzioni religiose?
«Sì, ma dipende dal luogo. Ci sono posti in cui questo non succede più e altri in cui ancora avviene e avverrà. Ci sono diocesi molto ottuse, sia per cultura che per nomina. Infatti si tende a nominare vescovi meno carismatici nelle comunità più tradizionaliste per non mettere in ombra il magistero della Chiesa».
Secondo te, oggi la Chiesa è veramente inclusiva?
«No, ma l’ho capito con il tempo.
Nel 2023, alla Giornata Mondiale dei Giovani di Lisbona, Papa Francesco disse che la Chiesa è di “todos, todos y todos”. È di tutti, perché chiunque cerchi il Signore è Chiesa: nessuno è sbagliato. Ad oggi, quel “todos” spesso identifica solo “alcuni” per convenienza, escludendo così altre sfumature della sigla Lgbtqia+. Le persone vengono ancora silenziate per non scomodare alcuni temi e questa non è accoglienza. Non si includono gli omosessuali, ma solo l’omosessualità come tematica.
Ad esempio, l’Istruzione della Congregazione per l’Educazione Cattolica, approvata da Papa Benedetto XVI nel 2005, sancisce che la Chiesa non possa ammettere in seminario persone con tendenze omosessuali perché non in grado di sviluppare una paternità affettiva verso la comunità ecclesiale. Oggi, nonostante i progressi fatti con Papa Francesco, tale documento è ancora valido.
O ancora: la Chiesa riconosce che le terapie di conversione ledano la dignità della persona, ma non si impegna per evitare che vengano praticate. Non organizza conferenze né corsi di formazione sul tema e, quando viene fatto qualcosa, spesso la persona è già vittima. Non c’è un vero sforzo preventivo».
Qual è la percezione dei giovani sul rapporto tra fede e omosessualità?
«L’esistenza di persone omosessuali cristiane è ancora percepita socialmente come una contraddizione. Ci sono membri della comunità Lgbtqia+ che rifiutano la cristianità, oppure fedeli che, oltre a giudicare negativamente l’omosessualità, non accettano che persone queer siano considerate parte della Chiesa. Eppure l’uno non esclude l’altro tema. Al contrario, ci sono tanti giovani che fanno parte di entrambe le comunità.
Con il tempo la Chiesa si è aperta a diverse identità e il mondo queer sta imparando che anche i cattolici non sono sempre ottusi. Mi piacerebbe però vedere una Chiesa che riconosca che le persone transgender, non binary e queer sono già presenti nella comunità cattolica e non vadano incluse come se fossero esterne».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze