Il precariato che regge musei e beni culturali in un sistema che arriva da lontano
Testo di Lorenzo Chiaro
Il 29 novembre 2024 alle nove del mattino, durante la manifestazione collegata allo sciopero generale contro la nuova legge di bilancio, nell’obiettivo della macchina fotografica apparve una scritta: “Aumentano i turisti, calano gli stipendi. Qualcosa non torna”. Quest’ultimo pezzo era ben sottolineato in rosso. Accanto, un altro cartello: “Siamo un guadagno, non un costo”. E poi la firma: “Galleria dell’Accademia”. Seppur in mezzo alla folla e alla confusione, la mente, soprattutto per chi vive in una città turistica come Firenze, non poteva che fare i conti con un pensiero molto semplice e diretto: come è possibile che, con i milioni di turisti presenti in città ogni anno e le file chilometriche quotidiane all’entrata dei musei del centro, composte da visitatori e quindi paganti, siano proprio i lavoratori dei musei principali (e non solo) a manifestare contro il precariato? Con la quantità di persone che visitano i musei più importanti del mondo, non dovrebbero essere proprio i musei i presidi più solidi per chi all’interno ci lavora?
È da questo momento che nasce una riflessione necessaria che mira a spiegare le motivazioni per le quali, nonostante il turismo sia un elemento fondamentale del nostro Paese, questo porti a un settore instabile con proteste, contrasti e lotte. Pervaso da dinamiche e scelte politiche che trasformano, in vari casi, le nostre più grandi bellezze storiche e artistiche in un ambito colmo di incongruenze e contraddizioni ancora non risolte.
E, attenzione, sarebbe molto sbagliato pensare che questo riguardi solo i musei più importanti. Perché ciò che conta, come sempre, è la struttura del sistema che nel tempo coinvolge tutti, anche piccoli territori in diverse aree geografiche. Ed è proprio il sistema il protagonista principale di questo articolo che mira ad analizzare le scelte fatte per un settore che non funziona come dovrebbe. O almeno, non per tutti.
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