Il 25 aprile 1945, Ciro aveva quindici anni
di Andrea Tognini
“Questa è una ricorrenza che sento davvero tanto, e mi dispiace che non sia così per tutti. La Festa della Liberazione non dovrebbe essere una questione politica, ma spesso lo diventa”. Così esordisce Ciro Andreozzi, 96 anni, quando gli chiedo quanto sia importante celebrare il 25 aprile, soprattutto al giorno d’oggi. Oggi che ci stiamo di nuovo abituando alla parola guerra, a forza di sentirla ogni giorno nei notiziari. Eppure, c’è una parte di noi che continua a vederla come qualcosa di lontano, che non ci toccherà mai per davvero. Ciro, invece, la guerra se la ricorda bene.

All’epoca era solo un ragazzo. “La mia casa è stata bombardata. Sono stato sfollato a Castel Maggiore, vicino Pisa, e lì abbiamo vissuto fino alla fine della guerra. Mi ricordo i soldati tedeschi, quando entravano in casa nostra e buttavano tutto all’aria. Facevano davvero paura, e la notte non dormivo – racconta con la voce che si abbassa un po’ -. Una sera entrarono e distrussero tutto. Cercavano un posto dove passare la notte e scelsero casa nostra. Quella notte la passai nel letto, stretto a mia mamma, sperando di trovare sonno e un po’ di pace”.
Ma la pace, per gli italiani, era ancora lontana. Nel 1944 la Toscana fu teatro di alcune delle più tragiche stragi nazifasciste, da Sant’Anna di Stazzema, il 12 agosto, a Fucecchio, il 23 agosto. “I soldati nazisti rastrellavano i monti, in cerca dei gruppi partigiani – ricorda Ciro – noi dobbiamo tanto ai partigiani. Sicuramente, ci sono state anche violenze, ma la guerra ci aveva stremato. C’era povertà, c’era paura, c’era fame. Sembrava un incubo senza fine”.
Poi Ciro si ferma un attimo, respira, scorre i ricordi che gli appaiono come fotografie nella galleria della sua mente, e sceglie con cura quale mostrarmi. “Un giorno uscii di casa e vidi la strada piena di gente. C’erano persone in festa e una fila di militari con un’uniforme diversa da quella tedesca. Mi avvicinai, chiesi cosa stesse succedendo e solo allora ricevetti la notizia più bella di tutte: la guerra era finita”.
Ciro aveva quindici anni e quella strada in festa la ricorda ancora benissimo. Ricorda la fila di camion americani che sfilavano tra la folla, lanciando cibo, pacchi di sigarette e gomme da masticare. “Quel giorno ho iniziato a fumare, e ho tossito per un sacco di tempo. E poi ho provato le chewing gum per la prima volta. Venivano dall’America, non le avevo mai viste e non sapevo nemmeno se andassero mangiate o no. Ma vedendo tutti quei soldati masticarle, ho capito che dovevo fare così anch’io”.
Il 25 aprile 1945 il Comitato di Liberazione Nazionale proclamò l’insurrezione generale nei territori occupati. In quelle ore i partigiani liberarono città come Milano e Torino, segnando la fine dell’occupazione tedesca e del regime fascista. Da allora, quella data è diventata il simbolo della Liberazione. “Io l’ho sentita dentro di me, la liberazione. Ero un bambino, e non si trattava solo della fine del nazifascismo. Era una liberazione dalla fame, dalla sofferenza, dalla paura che un soldato tedesco bussasse alla porta. Capisci?”.

Oggi Ciro ha 96 anni e non si ferma un attimo. È il volontario Caritas più anziano d’Italia: ogni giorno prende il furgone, recupera il cibo avanzato dai bar della città e lo porta a chi ne ha bisogno. La fame lui l’ha conosciuta davvero. E ancora oggi, a quasi un secolo di vita, non sopporta l’idea che qualcuno possa andare a letto senza cena. Guarda al futuro con speranza, ma anche con preoccupazione: “Che mondaccio che vi stiamo lasciando. I potenti fanno la guerra come se stessero giocando alla PlayStation, bombardano i civili, non si dà più valore alla vita umana. Per questo oggi bisogna festeggiare, perché più che mai bisogna ricordare quello che abbiamo passato, per non cascarci di nuovo”.