Il coraggio delle donne iraniane
di Alessia Di Giosio
Sadaf Baghbani sa cosa significa vivere nella paura e nell’oppressione. È nata e cresciuta a Teheran, in Iran, dove per ventotto anni ha costruito una vita e coltivato legami. La recitazione per lei è sempre stata una passione, oltre che un lavoro. Con il suo gruppo era solita fare un teatro di dissenso, contravvenendo a qualsiasi regola e censura, non solo negli spazi underground, ma anche in quelli governativi. In un regime come quello islamico iraniano, chiunque osi dissentire o manifestare è consapevole delle conseguenze a cui può andare incontro. È un regime che arresta, tortura, condanna a morte. Sadaf, quindi, sapeva che ribellarsi l’avrebbe messa in pericolo, ma conosceva altrettanto bene il coraggio. Il coraggio di un gesto, di una parola, di una scelta. E per questo agiva, nel teatro e nella vita, come se il regime non ci fosse più.
Il 4 novembre del 2022, in un giorno come un altro, ha deciso di partecipare a una manifestazione e unirsi al grido di protesta per l’assassinio di Mahsa Amini, sua connazionale che soltanto due mesi prima era stata arrestata, picchiata e uccisa dalla polizia morale per aver indossato il velo in una maniera non conforme al regime. Sadaf, quel giorno, non pensava al rischio e, come lei, molte altre persone legate dalla convinzione che il bene degli altri valga il sacrificio della propria vita. Anche quando si sa di non essere ascoltati. Anche quando l’unica risposta è la violenza. La gente camminava, pronunciando ininterrottamente tre parole: “morte al dittatore”. Le donne non portavano il velo, e per un attimo sembrava di poter assaporare nell’aria un accenno di libertà. A far tacere ogni tipo di entusiasmo, però, è stata la polizia che, con l’obiettivo di contrastare ogni tentativo di protesta, ha sparato sulla folla.

«Ricordo ancora il sapore del sangue nella mia bocca. Se non fosse stato per le voci che sentivo attorno, avrei giurato di essere morta. Un signore mi ha trovata e mi ha caricata sulla sua macchina insieme ad altre persone rimaste ferite. Se ci avesse portate in ospedale avrebbe rischiato una condanna a morte, il destino che il regime riservava ai dissidenti. Allora, dopo aver guidato per un po’, l’uomo si è fermato, ha provato a contattare la mia famiglia e mi ha lasciata lì, in mezzo a una strada sterrata, nella speranza che qualcuno venisse a prendermi. Soltanto più tardi, avrei scoperto che il mio corpo era stato trafitto da più di 140 pallottole di piombo».
Quel giorno, il regime aveva completamente bloccato internet e ogni mezzo di comunicazione. Il fatto che i genitori di Sadaf siano riusciti a trovarla è stato un vero e proprio miracolo. La ragazza è stata portata in una clinica privata, lontana dagli occhi vigili della polizia. I medici hanno iniziato a operarla, dovendosi però fermare poco dopo, perché andare fino in fondo sarebbe stato troppo pericoloso. Da quel momento e per più di un anno, Sadaf e la sua famiglia hanno cercato un modo per guarire le ferite, specialmente quella dovuta dal proiettile che l’ha colpita vicino a un occhio. Il veleno delle pallottole stava diventando sempre più nocivo, ma curarsi in Iran avrebbe significato autodenunciarsi. Per questo motivo, grazie ad alcune amicizie comuni, Sadaf ha deciso di mettersi in contatto con Ashkan Khatibi, un regista iraniano esule che l’ha aiutata a raggiungere l’Italia.
«Non ho un buon ricordo del mio arrivo a Milano. Erano più o meno le nove di sera quando mi sono ritrovata in un Paese lontano da casa, con due valigie e senza neanche sapere dove andare. In Italia ho iniziato, attraverso immagini e parole, a raccontare sui social la mia storia, che non era solo la mia, ma anche quella di molte altre donne iraniane. Ho deciso di esporre le foto del mio corpo martoriato su Instagram, mossa da una grande rabbia che avevo dentro e che mi ha portata a voler squarciare il velo attraverso una ribellione manifesta. La realtà è che temevo il giudizio delle persone ma, inaspettatamente, ho avuto un riscontro molto positivo. I primi a supportarmi sono stati i miei stessi connazionali, uniti dall’adesione al movimento “Donna, vita, libertà”, una vera e propria rivoluzione culturale e intergenerazionale esplosa insieme alla collera per la morte della giovane Mahsa Amini. È stata una sorpresa per me vedere così tanti uomini supportare e comprendere le immagini del mio corpo nudo e vulnerabile. Sono felice di aver trovato il coraggio di mostrarmi, ma se non avessi avuto il sostegno della mia famiglia, non credo che ne sarei mai stata capace».
Oggi Sadaf continua a recitare e lo fa portando in scena Le mie tre sorelle, uno spettacolo che parla di lei, della sua famiglia e dell’Iran. E sono proprio i suoi cari, che ritiene essere più coraggiosi di lei, a darle la forza di andare avanti. Riescono a sentirsi spesso, il tempo che basta per ricordarle il motivo per cui sta facendo tutto questo. Da quando vive a Milano, il suo modo di combattere è diverso, ma non è cambiato il suo obiettivo. Per lei, lottare è una sorta di destino scritto, uno scopo di vita che le fa credere che l’arte possa essere un grande veicolo di protesta, un’occasione per contrastare il regime anche da lontano.
«Rivedere le immagini di quel giorno fa male. Ci viene insegnato che è solo dimenticando che possiamo riuscire ad andare avanti, ma non è così. Per me è come se, cercando di dimenticare, mi ricordassi sempre di più quello che mi è accaduto e che è ancora dentro di me. Dopo più di un anno mi ritrovo in un corpo testimone della sofferenza di troppe persone e per il quale, solo adesso, inizio a provare affetto. Ho imparato che il mio corpo è l’unico che mi accompagnerà ogni giorno della mia vita, in ogni battaglia che ho deciso di affrontare e che porto avanti dall’Italia per dar voce a chi non può usare la propria. Il mio corpo è la mappa dell’Iran. Oggi, qui, ci sono io, ma con me ci sono tante altre donne iraniane».
