Storie ed emozioni dei volontari della Misericordia
di Giulia Masieri
C’è chi sceglie il volontariato per curiosità, chi per amicizia, chi per un profondo bisogno di sentirsi utile. Ma per tutti, prima o poi, diventa qualcosa di più: un impegno concreto, un legame umano che lascia il segno. Alla Misericordia di San Casciano in Val di Pesa, in provincia di Firenze, due giovani volontari raccontano cosa vuol dire indossare la divisa: crescita personale, legami umani e piccoli gesti che fanno la differenza.
Giovanni Conti, 18 anni
Cosa ti ha spinto a diventare volontario?
«Ho deciso di diventare volontario perché sentivo il bisogno di rendermi utile in modo concreto. Volevo fare qualcosa che avesse un impatto reale sulle persone, soprattutto nei momenti di difficoltà. All’inizio è stata curiosità, poi è diventata una scelta consapevole».
Di cosa ti occupi principalmente? Hai avuto ruoli diversi?
«Mi occupo di trasporti sanitari e servizi di emergenza. Ho ricoperto ruoli diversi, dall’affiancamento come soccorritore base fino a maggiori responsabilità all’interno dell’equipaggio. Ogni ruolo mi ha insegnato qualcosa e mi ha fatto crescere professionalmente e umanamente».
Che legame si crea con gli altri volontari?
«Il legame che si crea è molto forte. Passiamo tante ore insieme in situazioni delicate; questo crea fiducia e spirito di squadra. Anche un gesto o una parola detta nel modo giusto possono fare la differenza. Non siamo solo colleghi, ma un gruppo di persone che sanno contare l’una sull’altra».
Senti delle responsabilità?
«Sì, la responsabilità più grande è mantenere calma, lucidità e rispetto verso chi stiamo aiutando. Come sappiamo è importante tranquillizzare le persone da soccorrere, è fondamentale non trasmettere altra ansia e paura e farle sentire a proprio agio. Anche un piccolo gesto o parola detta nel modo giusto può fare la differenza».
Che emozioni provi nel soccorrere i pazienti?
«Provo emozioni diverse, in particolare tensione sempre per il discorso delle responsabilità, ma anche tanta soddisfazione. Sapere di dare un aiuto, anche piccolo, in un momento difficile è qualcosa che lascia il segno».
Un episodio che ti ha colpito particolarmente?
«Ricordo una persona anziana che abbiamo accompagnato più volte in ospedale. All’inizio era spaventata, ma poi con il tempo si è fidata di noi e ci ha ringraziato, dicendo che la nostra presenza la faceva sentire meno sola. È stato un momento semplice ma mi ha fatto capire il valore di quello che facciamo».
Pensi che continuerai a fare il volontario nel corso degli anni?
«Sì, cercherò di fare volontariato anche negli anni futuri perché per me è diventato qualcosa di importante: mi ha aiutato a maturare e inoltre mi piace dare il mio contributo e aiutare chi si trova in difficoltà».
Rodrik Ramadani, 18 anni
Cosa ti ha spinto a diventare volontario?
«Sono diventato volontario principalmente perché alcuni miei amici già lo facevano e ne parlavano bene. Così, incuriosito da ciò che facevano e da quello che mi raccontavano, ho deciso di iniziare anch’io».
Di cosa ti occupi principalmente?
«Come volontario mi occupo di dimissioni ovvero accompagno i pazienti dall’ospedale a casa oppure li trasferisco in un’altra struttura sanitaria. Faccio anche servizio durante le varie feste che si tengono qui a San Casciano, ad esempio per il carnevale dei bambini».
Che rapporto hai con gli altri volontari?
«Gli altri volontari posso dire che sono come una seconda famiglia. Parlo e scherzo con loro come se fossero miei coetanei, alcuni sono miei amici e abbiamo la stessa età mentre la maggior parte è più grande di me. Nonostante questo però mi trovo molto bene».
Ti senti delle responsabilità nel tuo ruolo?
«Non del tutto, perché non mi occupo delle emergenze, cioè di intervenire quando le persone stanno male. Tuttavia, anche le dimissioni comportano responsabilità ovviamente, seppur minori».
Che emozioni provi nel soccorrere i pazienti?
«Spesso provo dispiacere nel vedere come queste persone stiano male, fisicamente e mentalmente. È difficile da accettare, ma so benissimo che, come loro, un giorno potrei trovarmi nella stessa situazione così come qualche mio familiare o amico, quindi spero di ricevere lo stesso aiuto».
C’è un episodio che ti è rimasto impresso?
«Noon saprei perché mi occupo principalmente di trasferimenti e non di emergenze. Però è sempre bello vedere le persone tranquille quando tornano a casa dall’ospedale».
Pensi di continuare a fare il volontario nel corso degli anni?
«Assolutamente sì, purtroppo a ora a causa di scuola e impegni non riesco a dedicare il tempo che vorrei, ma quando sarò grande mi impegnerò ancora di più.
Ogni servizio è un’occasione per crescere e fare la differenza nella vita di qualcuno. Essere volontari non significa soltanto intervenire nei momenti più difficili ma anche costruire relazioni, offrire sostegno e trasformare piccoli gesti in grande umanità.
Articolo realizzato dalle classi del Russell Newton di Scandicci nell’ambito del Laboratorio di Edera “Il giornalismo in classe”.