Uno strumento che unisce
di Anna Martucci
La Lingua dei Segni Italiana (Lis) è la lingua utilizzata dalla comunità segnante italiana per comunicare. Si tratta di una lingua visivo-gestuale completa, dotata di una propria grammatica e sintassi, capace di esprimere qualsiasi concetto.
Negli ultimi anni l’interesse verso la Lis è cresciuto notevolmente, non solo per il suo valore inclusivo, ma anche per i benefici cognitivi e comunicativi che offre. Imparare la lingua dei segni, infatti, significa sviluppare nuove competenze legate alla memoria visiva, all’attenzione spaziale, alla comunicazione non verbale e all’empatia.
Per approfondire questo tema abbiamo intervistato Alessandra Biagianti, interprete e docente di Lingua dei Segni Italiana, che attualmente insegna presso il Centro Linguistico di Ateneo dell’Università degli Studi di Firenze.
Perché ha imparato la Lingua dei Segni? Ha un ricordo legato ai primi momenti?
«Ho iniziato a studiare la lingua dei segni italiana nel 1999, mentre stavo per laurearmi in Lettere e Filosofia. Un’amica che frequentava i corsi dell’Ente nazionale per la protezione e l’assistenza dei sordi di Firenze me ne parlò e inizialmente mi avvicinai a questa lingua soprattutto per interesse professionale e curiosità. Appena iniziai, però, fu una vera folgorazione e decisi di continuare. Dopo tre anni di corsi all’Ens ebbi la possibilità di frequentare un corso per interprete e nel 2003 ottenni il diploma di interprete Lis.
Un bel ricordo che ho e che è legato ai momenti dell’inizio è il Caffè Lis: un bar gestito da persone sorde dove comunicavamo con la lingua dei segni con i clienti, creando occasioni di integrazione e sensibilizzazione».
Perché crede che sia importante imparare la Lis?
«Di base perché è una lingua, ed è importante conoscere le lingue per poter comunicare con gli altri. Inoltre, a scuola può diventare non solo uno strumento didattico, ma anche di inclusione sociale: può essere utile per bambini sordi, per bambini nello spettro autistico e per bambini stranieri, per aiutarli ad avvicinarsi alla lingua nazionale».
Crede che le istituzioni abbiano un ruolo e/o un dovere nel diffondere la Lis?
«Il 19 maggio 2021 la Repubblica Italiana ha deciso di riconoscere, promuovere e tutelare la Lis attraverso la conversione in legge dell’articolo 34-ter del Decreto Sostegni, segnando un passo importante verso il riconoscimento dei diritti linguistici e dell’accessibilità per le persone sorde. Di conseguenza, oggi la Lis dovrebbe essere presente ovunque, o perlomeno nei luoghi più sensibili e importanti: ospedali, scuole, università, uffici pubblici, ma anche teatri, cinema, luoghi di culto, eventi sportivi e culturali. La Lis dovrebbe essere diffusa per garantire una reale accessibilità».
Cosa si intende ancora a capire male delle persone sorde e della Lingua dei segni?
«Uno degli errori più diffusi è definire le persone sorde come sordomute, un termine ormai superato anche a livello legislativo. Le persone sorde, infatti, non sono mute: il loro apparato fono articolatorio è funzionale.
Anche rispetto alla Lis esistono ancora molti fraintendimenti. Spesso viene chiamata linguaggio invece che lingua oppure lingua dei gesti come se fosse fatta solo di gesti spontanei. In realtà la Lis è una vera lingua con segni codificati e una struttura linguistica completa dotata di senso.
Un altro luogo comune è pensare che tutte le persone sorde utilizzino la lingua dei segni, ma non è così. Sono stereotipi ancora molto presenti anche in contesti dove ci si aspetterebbe una maggiore consapevolezza».
Come vede la Lis in futuro? Secondo lei ci saranno più persone che la impareranno?
«Il mio auspicio è che la Lis venga promossa a tutti gli effetti come lingua e che le venga data importanza fin dai primi livelli scolastici, quindi già dalla scuola dell’infanzia, come avviene in molti altri Paesi. Purtroppo, in Italia siamo molto indietro sotto tanti punti di vista. A livello istituzionale non esiste ancora una reale accessibilità per le persone sorde. Sicuramente i corsi universitari stanno contribuendo a dare alla Lis il prestigio e il riconoscimento che merita, ma non basta. Più in generale, manca ancora una vera cultura della disabilità. E questo non riguarda soltanto le persone sorde, ma tutte le persone che vivono situazioni di fragilità o difficoltà».
Questa intervista racconta come la Lis non sia soltanto una lingua, ma anche uno strumento di inclusione, cultura e consapevolezza sociale, capace di avvicinare le persone e abbattere molte barriere ancora presenti nella società.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista all’Università di Firenze