La sfida dell’Italia tra sanzioni record e prevenzione
di Eva Sofia Alecci
Sempre più spesso, tra le notizie di attualità trasmesse dai telegiornali e non solo, si parla di overtourism, un fenomeno in cui le città che vengono prese d’assalto dai turisti. Ogni anno milioni di visitatori trascorrono le vacanze in Italia. Le cosiddette “città d’arte” sono tra le mete più ambite, poiché il nostro Paese possiede quasi cinquemila tra musei e istituti simili, e 61 siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità Unesco. Questa enorme affluenza ha fatto sì che i turisti diventassero una delle più importanti risorse economiche per la penisola, anche se esiste un ulteriore aspetto che raramente viene nominato: l’Italia è universalmente riconosciuta come il Paese con il più alto tasso di opere d’arte e monumenti storici rovinati dai turisti.
È bene citare alcuni casi recenti. Nel 2023, Roma è entrata nel mirino di alcuni turisti che hanno inciso le loro iniziali sulle mura dell’Anfiteatro Flavio, provocando danni dal valore di migliaia di euro. Sempre a Roma, uno dei divertimenti più filmati e diffusi tra i turisti consiste nel tuffarsi all’interno della Fontana di Trevi; l’ultima episodio è avvenuto a maggio di quest’anno. Spostandoci verso nord, un episodio che ha scioccato il paese è avvenuto lo scorso aprile a Firenze, quando una turista francese si è arrampicata sulla Statua del Nettuno in piazza della Signoria, una vicenda analoga a quella già successa nel 2022 a opera di un ragazzo tedesco. Infine l’episodio del danneggiamento della Sedia di Van Gogh, opera presente all’interno del museo Maffei a Verona, avvenuto l’anno scorso da parte di un turista che ci si è seduto sopra e poi è scappato via.
Dal punto di vista normativo, negli ultimi due anni è avvenuto un inasprimento delle sanzioni amministrative nei confronti di chi distrugge, deturpa, deteriora o imbratta il patrimonio culturale. Questo denota che un occhio di riguardo nei confronti dei beni culturali si sta sempre più diffondendo anche all’interno delle istituzioni. Sul tema abbiamo intervistato un esperto del settore.
Perché sembra che spesso i responsabili del danneggiamento o deturpamento dei beni culturali non vengano puniti?
«Credo che questa percezione derivi soprattutto dalla complessità delle procedure giudiziarie, che in molti casi richiedono tempi piuttosto lunghi. Da qui nasce l’impressione che chi danneggia un bene culturale resti impunito, quando in realtà il procedimento è semplicemente ancora in corso. Naturalmente questo sistema richiede un coordinamento tra autorità giudiziaria e autorità amministrativa, che nella pratica può risultare complesso».
Se un turista commette un reato e poi torna nel proprio Paese, quali strumenti ha lo Stato italiano per perseguirlo?
«A oggi gli strumenti più utili per le autorità sono le telecamere di sorveglianza e i contenuti pubblicati dagli stessi autori del danno sui social. Una volta identificato il responsabile, viene presentata denuncia alla Procura della Repubblica competente per territorio, avviando così il procedimento penale, che può proseguire anche se l’indagato non si trova più in Italia. Nel complesso, il nostro ordinamento si fonda su un sistema cosiddetto del “doppio binario”, penale e amministrativo, così da coordinare le diverse autorità competenti».
Nella sua esperienza, i casi che coinvolgono stranieri sono dovuti più a dolo, imprudenza o scarsa conoscenza delle regole?
«A mio avviso non esiste una causa prevalente. Per quanto riguarda il dolo, diversi episodi dimostrano che il danneggiamento è stato guidato dalla volontà di ottenere visibilità, come quello che è successo a Firenze. Ci sono poi i casi riconducibili all’imprudenza e alla superficialità, spesso dovuti anche a una mancata conoscenza da parte dei turisti del valore del bene e dei divieti esistenti. In questo caso mi riferisco soprattutto a quello che succede ripetutamente a Roma».
Per provare a evitare questi danneggiamenti, servirebbero pene più severe o maggiori investimenti nella prevenzione e nell’educazione dei turisti?
«Credo che considerare queste due opzioni su punti di vista diversi non sia del tutto corretto. Sì, da una parte con la legge del 22 gennaio 2024 sono stati introdotti strumenti più incisivi; dall’altra parte, però, osservando i casi concreti, forse le sole sanzioni non sono sufficienti. Accanto all’inasprimento delle pene, credo che sia fondamentale investire anche nella tutela preventiva, elemento indispensabile per proteggere il nostro patrimonio storico e artistico».
Qual è il luogo comune più diffuso sulla tutela dei beni culturali che andrebbe sfatato?
«Credo sia l’idea che gli atti di deturpamento del patrimonio culturale siano semplici bravate, scherzi o sfide goliardiche prive di reale gravità. In realtà non è così. Questi comportamenti non rappresentano semplici gesti di superficialità, ma costituiscono dei veri e propri illeciti che incidono sul patrimonio storico e artistico della collettività».
Secondo lei, da cosa potrebbe derivare questa non curanza da parte dei turisti?
«Ritengo che una delle principali cause sia una comunicazione non sempre efficace sul reale valore dei beni culturali e sull’importanza storico-artistica che hanno. In diversi casi, infatti, gli stessi turisti hanno dichiarato di non essere pienamente consapevoli di ciò che avevano davanti o delle regole previste per la tutela di quei luoghi. Detto questo, credo sia altrettanto importante evitare di considerare l’ignoranza come una giustificazione valida in ogni circostanza».
Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.