Ripensare la casa nel femminismo intersezionale. Intervista a Nadeesha Uyangoda incontrata a Prato al Seminare Idee Festival
di Alessia Di Giosio
A volte, casa è in nessun luogo. A volte si conoscono soltanto alienazione ed estraniazione. Allora casa non è più solo un luogo. È tante posizioni. Casa è quello spazio che rende possibili e favorisce prospettive diverse e in continuo cambiamento, uno spazio in cui si scoprono nuovi modi di vedere la realtà, le frontiere della differenza.
Così, nel 1998, l’attivista e femminista afroamericana Gloria Jean Watkins, meglio conosciuta con lo pseudonimo Bell Hooks, ha introdotto il concetto di casa nel saggio “Elogio del Margine”, cercando di spiegare come dietro quattro mura possa celarsi un grande valore. Per farlo, si è ispirata alle donne della sua vita, che lavoravano al servizio dei bianchi, accudendo i loro figli e occupandosi delle loro case, ma che allo stesso tempo dovevano riservare le energie per prendersi cura anche delle proprie famiglie. La casa, per le donne nere, era l’unico luogo dove poter resistere e, il focolare domestico, rappresentava uno spazio in cui poter lottare per la libertà e curare le ferite di stampo razzista inflitte dalla supremazia bianca. Le mammies descritte dall’autrice ogni giorno vivevano l’esperienza di attraversamento del cosiddetto “margine”, per andare a lavorare la mattina e rincasare la sera. Le donne nere, così, avevano un vantaggio conoscitivo: mentre i bianchi conoscevano solo il centro, esse, vivendo nel margine, avevano l’opportunità di conoscere entrambi gli ambienti.
La marginalità è una nozione ripresa anche dalla penna di Nadeesha Uyangoda, giovane autrice del libro “Acqua sporca”, finalista al Premio Strega 2026. Il suo è il racconto di quattro donne legate dal sangue e dalla ricerca di un’appartenenza geografica tra Italia e Sri Lanka. Un viaggio nei mari dell’identità, della migrazione e del ritorno. «Il margine per me è la letteratura. Il mio romanzo sta al confine fra due mondi, due lingue e due culture diverse – racconta l’autrice -. La mia scrittura forse cerca di sfuggire dal centro e di occupare il margine con la consapevolezza e il desiderio di voler modificare i contorni della centralità».
Nadeesha è nata a Colombo, in Sri Lanka, dove ha passato i primi anni della sua infanzia, per poi trasferirsi con i genitori in Italia. Nei suoi manoscritti dedica ampio spazio all’intersezionalità femminile, un concetto nato negli Stati Uniti alla fine degli anni ’80 del Novecento, contestualmente all’avanzare di aspre critiche verso il sistema giuridico. Al tempo, l’intersezionalità è stata introdotta come la particolare situazione di quegli individui che si trovano al centro di più categorie sociali, come la razza e il genere, e che, per tale motivo, sono soggetti a una duplice discriminazione all’interno della società. In altre parole, secondo la scuola di pensiero che fonda le proprie basi nella Critical Race Theory, l’intersezionalità è da intendersi in relazione alla condizione di «visibile invisibilità di quelle donne che non sono bianche e di quelle persone nere che non sono uomini».
«La narrazione di Acqua sporca – introduce Uyangoda – si è sviluppata a partire da una serie di interviste a donne che in Italia svolgono lavori di cura e a persone che sono arrivate nel Bel Paese attraverso rotte differenti, ma anche da conversazioni con amiche su questioni femministe». Quanto è difficile, però, rappresentare qualcuno che spesso si ritrova a essere definito dal giudizio di sguardi e parole altrui? «La rappresentazione non è la prima cosa a cui gli scrittori pensano. Di solito si ha una storia, poi quella storia va a cercare il proprio pubblico. Recentemente ho presentato il mio libro in Sardegna e il pubblico si è sentito rappresentato, nonostante io non lo abbia scritto pensando al popolo sardo. Questo è successo perché il mio romanzo racconta una condizione di confine e spaesamento, che è familiare a chiunque lasci la propria terra».
Ci sono posti che sanno essere casa. Senza delle mura che la definiscono, ma grazie alla presenza delle persone che la contengono. Per anni Nadeesha si è interrogata sull’angosciante desiderio di appartenere a un luogo, a uno spazio. «Fin da piccola bramo l’idea di trovare un posto da chiamare casa. Questa ricerca mi ha logorata al punto da mutarsi nella fobia di non appartenere a nulla. Ho coltivato a lungo la sensazione di estraneità a tutto da non appartenere più nemmeno a me stessa». È una consapevolezza di fronte alla quale non si può agire con indifferenza, specialmente crescendo, nell’offuscamento dei sentimenti che inevitabilmente tutti ci troviamo ad affrontare. «Lo strumento che mi ha aiutata nel mio processo di auto-affermazione è stata la lingua, in quanto dispositivo che consente di radicarci in un luogo più di ogni altro. Leggere è per me una grande passione ed è stato anche il modo per imparare meglio l’italiano. Spesso dico di sentirmi più una lettrice che una scrittrice, e più una scrittrice che una persona».
Quello dell’autorappresentazione, però, è un processo travagliato e purtroppo non accessibile a tutti. «Penso che prendere il microfono, alzare la voce e iniziare a definire noi stessi, chi siamo e a che luoghi apparteniamo, rappresenti un momento di autodefinizione importante. Mi rendo conto, però, di essere in una posizione privilegiata rispetto ad altri, perché ho il potere della parola. Mi sento una persona privilegiata anche solo al pensiero di tornare a vivere nel mio Paese d’origine, in Sri Lanka, perché sono consapevole che se lo facessi andrei a occupare uno spazio geografico che non mi appartiene più e che sarebbe difficile da abitare in maniera permanente». I luoghi si trasformano, e quando si torna ad abitarli dopo tanto tempo il rischio è l’irriconoscibilità di un posto che ci ha visti piantare le radici. «L’idea di casa per me è inafferrabile ed è diventata un sostantivo promiscuo, ma desidero che torni a essere un femminile singolare».