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CUSTODI DI FRAGILITÀ

Storie di vita, silenzi e carezze nel tempo della cura

di Giulia Santoro

Il turno inizia alle sette del mattino, quando le strade fuori sono silenziose. C’è chi a quell’ora si prepara per correre in ufficio, incastrato nel traffico, e chi invece indossa una divisa che è diventata una seconda pelle. Entrare in un centro anziani significa varcare una soglia dove il tempo ha un ritmo tutto suo, un misto di attese e piccoli gesti sempre uguali. Mia madre, Silvana, fa l’operatrice socio-sanitaria da anni. È una di quelle figure che spesso restano invisibili nelle statistiche, ma che per gli ospiti della struttura rappresentano l’unico vero legame con la realtà quotidiana.

In questo posto impari presto che il supporto fisico arriva solo in un secondo momento. La cosa più importante, al vertice di ogni giornata, è scherzare con loro e sorridere a chi si sente o è rimasto solo. Il lavoro si gioca sulla capacità di strappare una risata, portando calore umano dove la solitudine rischia di farsi pesante. Prima di eseguire qualsiasi manovra, la regola d’oro è spiegare sempre all’anziano quello che succederà, parlandogli con dolcezza. Bisogna fargli capire che chi si sta prendendo cura di lui in quel momento è come se fosse una sua figlia o una sua nipote.

Per comprendere a fondo questa professione, ho chiesto a mia madre di raccontarmi le storie che porta custodite nel cuore dopo tanto tempo passato in corsia. 

«Porto nel cuore un’ospite che si chiamava Renata» mi spiega mia madre ricordando le lunghe conversazioni nella struttura. «Mi raccontava tutta la sua vita da giovane e puntualizzava sempre sul suo carattere calmo e pacato. Mi diceva che l’arrabbiatura e l’essere nervosa non servivano a niente, non risolvevano alcun problema. È un insegnamento che non ho mai dimenticato».

Ma la cura non si ferma alle parole quotidiane, a volte si spinge fino a promesse profonde, capaci di superare il tempo della degenza. «Una volta una signora ricoverata mi guardò e mi disse che nessuno sarebbe andato a mettere i fiori sulla sua tomba il giorno che lei non ci sarebbe stata più – racconta con emozione -. Io le risposi subito che ci sarei andata io, che era una promessa che avrei mantenuto. Ho provato una grande tenerezza, lei si è emozionata tantissimo e mi ha abbracciato forte».

La parte più difficile del turno si concentra nei momenti in cui la vita si congeda. Quando un ospite entra nella delicata fase dell’agonia, l’operatore si trova in prima linea senza che l’altro possa più comunicare. In quegli istanti c’è bisogno di un grande supporto psicofisico, perché il compito principale diventa far sentire la propria presenza anche nel silenzio, per fare in modo che le persone possano morire con la massima serenità possibile. È una professione che richiede un autocontrollo altissimo. Chi vede questo lavoro da fuori spesso non sa quanto sia pesante il carico che ti porti addosso, ma quando un ospite ti guarda e ti dice «meno male che ci sei tu», sentendosi rassicurato dalla tua sola presenza, ti senti profondamente gratificata.

Molti pensano che questo sia un percorso triste, ma mia madre evita questa etichetta e fa un paragone importante con chi lavora negli hospice. Anche lì si svolge un compito che dall’esterno sembra doloroso, eppure si sorride continuamente sia al malato terminale sia ai parenti, per accompagnarli e prepararli al momento del distacco. Questo mestiere cambia radicalmente il modo di vedere la vecchiaia. «Grazie a questo lavoro sono cambiata pure io – conclude mia madre -. Vedi la vita con molta più serenità e gioia di vivere. Ho imparato a godermi ogni attimo e a prendere la giornata con più calma. Se dovessi descrivere il mio lavoro con un’immagine della mitologia classica, sceglierei la divinità Eirene, la dea della pace dei greci. Porta pace, rinnovata prosperità e tranquillità interiore e sociale».

Alla fine del percorso, la lezione più importante che si impara tra i corridoi del centro è quella di vivere e lasciare vivere. Sentimenti come l’invidia, l’odio, il rancore e l’ostilità sono elementi che vanno eliminati se si vuole passare una giornata serena, perché il tempo in questo mondo è davvero troppo poco. Riconoscere l’importanza della cura significa proprio questo: riscoprire la pace e la gentilezza come gli unici ingredienti necessari per restare umani.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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