Quando lo scorso marzo ci dissero che saremmo dovuti restare nelle nostre case per fronteggiare il contagio da Covid-19, mai avremmo pensato che dopo un anno ci saremmo ritrovati ancora nella stessa situazione, o quasi. A ritmo di #iorestoacasa e #andràtuttobene siamo corsi al supermercato per munirci di lievito per dolci, farina per il pane e scorte alimentari sufficienti per la sopravvivenza di un intero palazzo condominiale di sei piani, ma nessuno si sarebbe mai immaginato di dover affrontare una vera e propria quarantena prolungata per dodici lunghissimi mesi.

La speranza del caldo estivo e i concerti patriottici degli italiani sui balconi delle proprie case hanno fatto spazio, con lo scorrere dei mesi, a rabbia, paura, apatia, rassegnazione e ansia; tutti sentimenti legati all’impossibilità di fare programmi e alla perdita di una libertà che sembra ancora essere irraggiungibile. 

È sotto gli occhi di tutti il fatto che, se durante la prima ondata pandemica iniziata lo scorso marzo la maggior parte delle persone ha cercato di trasformare l’obbligo di restare a casa in qualcosa di utile per la cura di sé e della propria famiglia, con l’inizio della seconda ondata di settembre la positività e la forza si sono trasformati in sentimenti tutt’altro che costruttivi.

Questo virus ci colpisce ogni giorno nelle nostre risorse più importanti e la cosa più triste è il fatto che non sia possibile cercare sostegno in un abbraccio o nei gesti più profondi che conosciamo.

Durante questa seconda ondata infatti, si ha il tentativo generale di recuperare le vecchie abitudini adattandole a un nuovo assetto di società, caratterizzato da elementi completamente nuovi come il distanziamento sociale, l’utilizzo di mascherine, il coprifuoco, l’assenza di qualsiasi attività di gruppo e il contatto negato con la comunità, tranne che con i cosiddetti ‘congiunti’.

«Ciò che non dobbiamo dimenticarci- ripete Carlotta Corretto, professionista del sostegno psicologico di adolescenti e adulti e operatrice di training autogeno presso varie sedi nella città di Firenze – è che tutto quello che stiamo vivendo è psicologicamente stancante e tutti noi abbiamo il diritto a vivere tutta una serie di emozioni negative. Non possiamo pretendere di aver elaborato e ‘superato’ i vissuti e le emozioni che una pandemia porta con sé, non solo perché ci siamo ancora dentro, ma soprattutto perché ci ha portati a confrontarci con tematiche esistenziali fondamentali, come la paura della morte, il senso di solitudine e d’impotenza, l’incertezza e l’incapacità di pianificare e progettare un futuro.

Sono riflessioni profonde, che non si fermano all’aspetto cognitivo, ma che coinvolgono in maniera massiccia anche un piano più emotivo, ancestrale e in parte inconscio. Se a tutto questo aggiungiamo una vulnerabilità pregressa (una patologia, una difficoltà psicologica, una scarsa o assente rete sociale, uno o più lutti…), le cose chiaramente si fanno ancora più complicate».

Il primo ambito psicologico che ha risentito pesantemente della situazione pandemica è senza dubbio quello legato ai disturbi alimentari come anoressia nervosa, disturbi selettivi dell’alimentazione e aumento della mortalità in tutte quelle regioni italiane nelle quali le cure legate a questi disturbi sono ancora oggi molto precarie e male organizzate. 

Basta pensare che, in particolar modo durante la prima ondata di Covid-19, l’unico modo per uscire di casa era andare al supermercato. I casi di disturbo alimentare già presenti sul territorio italiano non hanno fatto altro che minare gli equilibri, anche a causa di molti ospedali e strutture dedicate che si sono rifiutati di accogliere pazienti di questo tipo a causa del virus.

Molti sono però stati anche i nuovi casi, dovuti per lo più all’interruzione dell’attività sportiva e alla continua osservazione del proprio corpo tra le mura domestiche. La paura dell’incontrollabile ha infatti generato un ossessivo controllo di una delle poche cose che al momento è possibile controllare, cioè il nostro corpo, causando in Italia un aumento del +30% di casi legati a disturbi dell’alimentazione in particolar modo tra i giovanissimi dai 10 ai 15 anni. 

In alcuni casi però si è riusciti anche a lavorare maggiormente su se stessi traendo anche aspetti positivi da questa drammatica situazione. «Molte persone in questo periodo di crisi sono riuscite a contattare le proprie risorse interiori, mettendole al servizio degli altri e della propria crescita personale o professionale, e questo non è da sottovalutare – rileva la psicologa Carlotta Corretto nell’analisi dei numerosi casi del suo lavoro.

Tutti abbiamo delle risorse, ma in una condizione di stress continuo come quella che stiamo vivendo, può essere difficile individuarle e metterle in gioco; ora più che mai, non dobbiamo vergognarci di chiedere aiuto e di rivolgerci a professionisti che possano prendersi cura del nostro benessere psicologico, per aiutarci a ricostruire questa nuova realtà e a investirla di nuovi significati».

Una delle conseguenze più trascurate in ambito sociale durante questo anno di pandemia da Covid-19 è il malessere psicologico della comunità. La pandemia mette a contatto con la morte, mette in crisi il senso di esistenza e la prima reazione possibile è quella di rimozione, di negazionismo del problema stesso.

In tutti i casi pregressi di epidemie come la Sars, Ebola, il virus Mers o l’influenza suina, la quarantena ha prodotto una serie di disturbi psicologici come stress post-traumatico, confusione, rabbia, paura e insonnia.

Il 25 novembre 2020 la Germania ha pubblicato i primi risultati preliminari di un’indagine sugli effetti psicosociali della pandemia condotta dall’Helmnoltz Zentrum di Monaco su 113mila persone: questa ha rilevato un notevole aumento dei livelli di stress in tutta la popolazione e ogni fascia d’età, con un livello inferiore di ansia e disturbi psicologici nella popolazione over 60, probabilmente perché più in grado di affrontare una situazione inaspettata come questa. La fascia d’età più colpita è invece risultata quella dai 20 ai 40 anni, in particolar modo le donne tra i 30 e i 40, probabilmente per la presenza di figli minorenni a carico durante il lockdown o anche per la mancata interruzione del lavoro durante tutto il periodo. Possiamo quindi affermare con certezza che, se l’infezione da Covid-19 è un rischio maggiore per i soggetti di età superiore ai 60 anni, la salute mentale più a rischio è proprio quella dei più giovani, colpita pesantemente dalle misure restrittive adottate per contrastare l’epidemia. 

A proposito, l’esperta psicologa Carlotta Corretto ha evidenziato una nuova e particolare patologia legata proprio ai più giovani. «In Australia – spiega – si è da poco iniziato a parlare di Chronic Zoom Syndrome, un nuovo disturbo insidioso e debilitante collegato alle videoconferenze. Ancora non ne sappiamo molto, essendo una ricerca tutt’ora in corso ma è una proposta legata a una nuova categoria diagnostica, basata sull’osservazione clinica di studenti di medicina e i loro professori nel corso di sei mesi di distanziamento sociale».

All’interno di uno scenario ancora molto incerto, la speranza è quella di trasformare i sentimenti negativi in elementi utili per ritrovare noi stessi: un periodo di pausa dalle nostre frenetiche vite che potremo sfruttare per riflettere e munirci di tutti quegli strumenti necessari a superare gli eventuali futuri ostacoli delle nostre stupefacenti e coloratissime vite.

di Giorgia Borgioli per Edera 41, Community

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