In cerca della felicità, tra le voci di tutti
di Mohab Hamza, Lorenzo Lavorini, Sebastian Alcantara Reyes
Che cos’è davvero la felicità? Una domanda antica, a cui nessuno è mai riuscito a dare una risposta definitiva. Per gli antichi Greci non era solo un momento di gioia, ma un vero e proprio modo di vivere: la chiamavano eudaimonia, il realizzare pienamente se stessi. Aristotele la identificava nel vivere virtuosamente, invece gli Epicurei nella tranquillità dell’animo liberi da dolore e paura. Nel Medioevo la felicità era legata alla fede e alla speranza nell’aldilà, mentre con l’Illuminismo tornò ad essere un diritto terreno, si cercava il benessere per il maggior numero di persone. Oggi, nella società moderna, la felicità appare spesso sfuggente: alcuni la vedono come una pausa tra le difficoltà, altri come un obbligo sociale, quasi una regola da rispettare. Nonostante secoli di riflessioni e definizioni, l’uomo non è mai giunto a una verità universale. Forse, allora, la risposta non si trova nei libri di filosofia, ma nelle vite quotidiane di chi incontra la felicità ogni giorno, anche senza accorgersene. Per questo siamo usciti per le strade della città. Abbiamo fermato lavoratori di ritorno dai loro turni, passanti distratti, anziani seduti sulle panchine e abbiamo chiesto loro cosa significa essere felici.
Le voci della felicità
La prima persona con cui abbiamo parlato è stata Marta, una signora di trent’anni che usciva dall’ufficio. Ha un figlio piccolo di otto anni e racconta: «Per me la felicità è quando torno a casa e mio figlio mi abbraccia. Anche dopo una giornata difficile, basta un gesto semplice». Racconta di come, anche in giornate piene di impegni e preoccupazioni, basti il sorriso di suo figlio per sentirsi pienamente viva. Una gioia simile a quella di Carla, settantenne pensionata, che passeggia in piazza con i nipoti: «La felicità è stare con loro e vedere scorrere la vita nei giovani». Carla sottolinea come l’energia dei più giovani la faccia sentire parte di un ciclo più grande. Per altri, la felicità ha radici più essenziali. Carlo, 72 anni, pensionato, spiega: «La felicità è la salute. Se stai bene, puoi fare tutto il resto». Per Mario, 68 anni, è il tempo da dedicare ai propri piaceri: «Poter fare ciò che amo senza fretta». Aggiunge che la gioia non sta nella quantità delle attività, ma nella qualità del tempo dedicato a se stessi, senza correre tra impegni e obblighi. Giorgio, 65 anni, aggiunge con un sorriso: «La felicità è passeggiate senza correre e godersi le cose semplici».
Tra i più giovani, Giulia, 21 anni, studentessa universitaria, racconta: «La felicità è sentirmi libera di scegliere cosa fare nella vita, anche di sbagliare». Sottolinea l’importanza della libertà e dell’autenticità nelle proprie decisioni, senza essere giudicati dagli altri. Matteo, 23 anni, studente: «Quando suono con gli amici, non penso a nient’altro». Anche Lorenzo, grafico, sottolinea l’importanza del tempo per sé: «La felicità è fare quello che mi piace senza correre sempre».
Molti collegano la felicità agli altri. Elena, commessa di 28 anni, riflette: «Se non ho qualcuno con cui condividere le cose, non mi sento felice. L’amicizia e l’amore sono fondamentali». Federica, estetista, aggiunge: «È sentirmi bene con me stessa e sapere che chi mi circonda sta bene». Per entrambe, la felicità non è mai isolata. Ahmed, 45 anni, autista di autobus, sottolinea che «la felicità consiste nel passare una giornata tranquilla e tornare a casa senza stress». Davide, 27 anni, fattorino, conclude con semplicità: «Tornare a casa dopo il lavoro per potersi rilassare e apprezzare i momenti spensierati. Non servono grandi cose».
Da queste voci diverse emergono alcuni fattori comuni: la felicità non è un concetto unico, ma un insieme di gesti, rapporti umani e libertà. In città, tra panchine, piazze e negozi, si scopre che la felicità si nasconde spesso nelle cose più semplici. Anche il semplice osservare l’ambiente e la vita attorno a noi senza correre, può diventare un momento prezioso di gioia.
Riconoscere la felicità intorno a noi
La lezione che possiamo comprendere da questa esperienza è che la felicità non è un traguardo da conquistare né una ricchezza da accumulare. Non dipende dalle circostanze o dal denaro ma si nasconde invece in ciò che resta quando tutto il superfluo viene tolto: nelle relazioni che ci sostengono, nei piccoli gesti che ci ricordano chi siamo, nella capacità di trovare senso anche nelle giornate apparentemente ordinarie.
Ogni vita custodisce i propri momenti di felicità, imperfetti e fragili, eppure reali. Non è una promessa lontana riservata a pochi, ma una possibilità che possiamo costruire ogni giorno, scegliendo ciò che ci fa sentire vivi, presenti, in pace con noi stessi. La felicità, quindi, non è un privilegio: è una scoperta personale, discreta e profonda, che ciascuno può raggiungere se impara a guardare dove davvero conta.
In fondo, forse è proprio questo il segreto: la felicità non si possiede, si riconosce. E quel riconoscimento è alla portata di chiunque, in qualsiasi condizione.
Articolo realizzato dalle classi del Russell Newton di Scandicci nell’ambito del Laboratorio di Edera “Il giornalismo in classe”.