Il valore socioculturale della sala oltre lo schermo, nel dialogo con Grazia Paganelli
di Alberto Drago
Si può ancora parlare di cinema quando non si è in sala, si è da soli o davanti a un computer? Nel 1905 apre il cinema Lumiere di Pisa: la prima di oltre duemilacinquecento sale attive in Italia in meno di un secolo. Oggi ne restano meno di mille. La questione non riguarda più la specificità tecnica del mezzo. Oggi la rilocazione dell’esperienza mediale ci permette di fruirne in modalità e luoghi radicalmente diversi dall’originale. A scapito, però, del valore sociale e culturale della condivisione.
La recente dichiarazione di Dan Lin, presidente di Netflix, segna un cambiamento netto: la piattaforma non lavorerà più con registi che pretendono un’uscita cinematografica anche in sala. Una mossa strategica di mercato che punta a un’offerta più ampia e popolare, ma che rischia di erodere ulteriormente il valore che i cinema offrono da più di un secolo.
Andare al cinema è un pretesto e diventa rituale: ritrovarsi, abitare uno spazio, stare insieme o soli, cenare fuori. È la genesi di una comunità effimera: un micro contesto socio-culturale con ricadute economiche sui tessuti urbani e sui commercianti locali. Oggi le sale provano a adattarsi, ampliando l’offerta con festival, incontri e campagne social. Ma è sufficiente senza un ripensamento strutturale?
Per approfondire la questione, ho rivolto alcune domande a Grazia Paganelli, responsabile della programmazione del cinema Massimo di Torino.
Ha registrato un netto calo di pubblico solo dopo la pandemia o si trattava di un trend già in atto?
«La sala cinematografica non è un oggetto immobile; evolve insieme ai fattori sociali e culturali del Paese. Dagli anni Settanta a oggi, la fruizione in sala è mutata lentamente, trasformandosi da fenomeno di massa a fenomeno culturale più ristretto, per certi versi più simile al teatro, frequentato soprattutto da chi ha un reale interesse. Le fluttuazioni del pubblico sono naturali. Il Covid ha indubbiamente accelerato l’impoverimento delle presenze, pubblico, ma il fatto che stia tornando in modo costante indica che l’esistenza della sala ha ancora senso».
Riguardo alla presa di posizione di Netflix, cosa pensa?
«È probabile che piattaforme come Netflix si orienteranno sempre più verso il formato delle serie televisive o di intrattenimento domestico. Credo sia un bene distinguere nettamente gli strumenti e le modalità di fruizione attraverso una diversificazione più chiara dei contenuti, che renderà il pubblico più settoriale.
Rappresenta anche una sfida complessa per i produttori, dato che non potranno facilmente appoggiarsi a grandi budget dei colossi di streaming. Inizialmente, assisteremo forse a un calo di pubblico, poiché le prime fasi dei cambiamenti sono sempre imprevedibili. Tuttavia, penso che questo scenario favorirà il ritorno del produttore “di una volta”, con più responsabilità e potere decisionale, capace di presidiare l’intera filiera produttiva dell’opera. Sono convinta che rendendo l’evento in sala nuovamente un appuntamento imperdibile, sarà una strategia fruttuosa per entrambi i mercati».
Quali strategie avete adottato per incentivare la fruizione?
«Il metodo migliore resta l’osservazione costante del pubblico. Questo non significa assecondarlo passivamente offrendo solo ciò che chiede, ma trovare sistemi capaci di stimolarne la curiosità. Abbiamo notato che offrire una fotografia più urgente del presente funziona molto.
Inoltre, abbiamo registrato un netto incremento del pubblico giovanile: una generazione, un pubblico, che sa esattamente cosa vuole vedere. Visti i principali ambiti di studio e l’interesse per il cinema del passato, abbiamo strutturato rassegne mirate, talvolta molto di nicchia. Dieci anni fa la retrospettiva sulla filmografia di Bruce La Bruce: oggi, invece, intercetta un interesse specifico, meno massificato ma più fedele.
La fame di cinema dei giovani ci ha permesso di superare questa sfida con successo. Bisogna osservare continuamente l’evoluzione degli interessi del pubblico ed essere pronti a offrire nuovi stimoli».
Come vede il prossimo futuro del cinema in sala?
«Il cinema è radicato nella cultura delle persone ed è sempre sopravvissuto ai cambiamenti tecnologici, fin dal passaggio dal muto al sonoro. Fare previsioni è difficile, ma la spinta che arriva dai giovani e il loro sincero desiderio di riscoprire il rituale dell’andare al cinema fanno ben sperare. La chiave è nel rendere e mantenere la proposta culturale accessibile e basso costo con proposte specifiche e di qualità».
L’analisi lucida di Grazia Paganelli evidenzia come il cambio di rotta di Netflix possa paradossalmente tramutarsi in un’opportunità per l’esercizio cinematografico. Superata la fase di assestamento iniziale, la netta diversificazione tra i contenuti domestici e l’evento in sala non decreterà la fine di quest’ultima, ma porterà a una ridefinizione come presidio di cultura, qualità e comunità.
Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.