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Le interviste post Covid-19 di Edera: ecco i Coma_Cose!

Avete presente quando finisce un concerto, e vi guardate intorno, indecisi se bere un’altra birra o andare a casa? E quando poi parte l’immancabile dj-set indie, tutti ricominciano a ballare e sembra che il concerto non sia davvero finito? Ecco, più o meno dal 2018 i Coma_Cose hanno iniziato a farci ballare, a farci scoprire nuovi stili, a fondere il rap con citazioni del cantautorato anni ’70. Da Post Concerto a Hype Aura, fino al nuovo ep Due, sono diventati sempre più riconoscibili all’interno di un panorama quanto mai denso e variegato. Per la rubrica “le interviste ai tempi del Covid”, abbiamo incontrato (virtualmente) Fausto Lama e Francesca alias California, ovvero i Coma_Cose.

Il duo milanese (di adozione) che mixa il sano vecchio cantautorato a nuovi stili elettronici e rap. Una chiacchierata di circa 40 minuti che sarebbe potuta durare ore, se non fosse per il countdown della beata piattaforma video.

Abbiamo parlato di gioventù, di Firenze e di stile. Fausto e Francesca sono molto sorridenti, si divertono a parlare delle loro esperienze e, forse proprio perché a distanza, è stata un’intervista… “speciale”. Speciale, sì, perché abbiamo trovato ragazzi semplici e con tante cose da dire, merce rara in questo periodo. E soprattutto perché abbiamo potuto gridare “Coma Cose! Se!”, mentre in diretta ci cantavano “A Lametta”. 

La sesta edizione di EderaNight non si farà in tempi brevi, sicuramente non nei modi che avevamo in mente. Ma all’intervista con quelli che dovevano essere i nostri ospiti non potevamo rinunciare. “Certo, non sarà come incontrarsi dal vivo” dicevamo, ma i protagonisti di questo speciale numero di giugno sono due ragazzi innovativi, sotto tutti i punti di vista. E lo si intuisce già dalla copertina di questo numero.

Rompiamo il ghiaccio, come state? Da dove ci parlate?

C: Stiamo bene dai, ci facciamo un weekend al lago da parenti, due o tre giorni in mezzo alla natura. Speriamo ancora di riuscire ad andare in vacanza, ci speriamo sempre. Sarà strano con queste norme ma ci sarà sicuramente più privacy… cerchiamo di vedere il lato positivo. 

Sarete le nostre meduse nel numero di Giugno! Lo sapete?

F: Sarà una figata, potremmo anche muoverci come meduse in effetti…

Raccontateci un po’ di voi. Da dove viene Coma_Cose? Come nasce questo progetto?

C: Ci siamo conosciuti 5 anni fa e adesso stiamo insieme. Lavoravamo nel Ticinese insieme in un negozio. Non sapevo che Fausto fosse un musicista, ci siamo ritrovati a parlare e aveva questo progetto in mente. Mi ha fatto sentire qualche canzone e abbiamo cominciato a fare provini, ma io inizialmente gli proponevo le mie amiche perché lui voleva fare questo duo uomo/donna e… io sono piuttosto timida. Non avrei mai pensato di salire su un palco. Piano piano registrando lui mi diceva “dai va bene, intanto falla te poi si vedrà”; non lo so se in realtà già sapesse come sarebbe andata a finire… 

F: Il nome è venuto fuori un po’ per caso, era un periodo di stasi quindi abbiamo pensato a Coma, poi su Instagram purtroppo era stato già preso e abbiamo aggiunto Cose. Le cose del coma… Coma_Cose!

Quando vi siete accorti che questo progetto poteva diventare un lavoro?

F: È stato tutto veloce e in continua evoluzione, una grande centrifuga di cose. Però una volta siamo andati a far la spesa e c’era la nostra canzone che suonava in sottofondo. Noi eravamo in cassa a pagare e abbiamo detto “ma questi siamo noi?”. La cosa più bella sono naturalmente i live, l’evolversi pian piano dai posti piccoli tutti stretti con un’atmosfera più punk ai palchi più importanti d’Italia. A Firenze abbiamo suonato in Palazzo Vecchio, in versione acustica. Mi emoziono raramente e vivo la musica molto come lavoro, la parte intima la riservo a quando scrivo… lì però fra acustico e, diciamo, posizione geografica, ho provato un’emozione fortissima. 

Strano ma bello, perché di solito siamo stati abituati a sentirvi su basi elettroniche.

F: Ma infatti la figata è stata fare qualcosa di diverso che ci ha veramente emozionato.

E fuori si sentiva meglio, ti dirò… poi in una cornice come quella!

F: Esatto! Ci andavamo da bambini in gita e poco tempo fa ci abbiamo suonato… ci potremmo anche abituare sapete?

Questo periodo ci ha lasciato tanto tempo a disposizione. Vi definite monotasking, ma sapete che noi siamo una generazione multitasking che in questo periodo ha studiato, guardato serie tv e Instagram in contemporanea… siete riusciti a concentrarvi su una cosa sola?

C: Lui sì, io no (ride ndr). Ho scelto un po’ di cose e ho portato avanti quelle. Ho letto, sto imparando a suonare la chitarra, cucino… insomma multitasking puro. Fausto invece scrive tanto, nella sua dimensione. Fa delle full immersion da dieci o dodici ore, io impazzirei.

F: Il nostro progetto è nato da poco ma è stato un continuo fare cose, le canzoni di Hype Aura le abbiamo scritte praticamente in tour o mentre andavamo a fare interviste. Scrivere durante uno stop è diverso e per fortuna lo vivo più artigianalmente. Adesso mi metto anche dieci ore seduto per scrivere, anche una frase soltanto; non c’è la pressione e la fretta di quando sei in tour. 

Dieci ore per una frase!

F: eh ma cazzo che frase! (scoppia a ridere ndr

C: Scherzi a parte, le canzoni nascono in modo diverso, come se ci fosse una linea temporale diversa in questo periodo…

Tipo DragonBall!

C: Esatto!

F: Adesso vogliamo fare un disco diverso ma non te lo puoi imporre, deve succedere tramite ispirazioni. Ci siamo accorti che questa cosa sta succedendo in modo naturale, siamo contenti delle cose nuove. 

Cos’è cambiato nel modo di approcciarvi alla musica dopo “Hype Aura”?

C: Prima del disco avevamo poche canzoni, un live durava appena 25 minuti quindi cambiavamo e spostavamo canzoni dentro una scaletta caotica. Con Hype Aura abbiamo acquisito più consapevolezza e una maggiore organizzazione, e questo ci fa anche divertire di più sul palco. 

F: È cresciuto il live, è stato tosto un po’ perché siamo matti, nevrotici e testardi. Vogliamo sempre seguire tutti i dettagli: per una questione di “sopravvivenza”, bisogna differenziarsi per coesistere in questo mondo. Siamo molto identitari, abbiamo seguito il live nella progettazione, nei video, nei visual e nelle immagini. Proprio il giorno prima abbiamo esportato i file a casa nostra ed è anche questo che lo fa sentire tuo. Affidarsi a qualcuno lo renderebbe migliore sicuramente, ma ci divertiamo a farlo e ci sentiamo più responsabili e orgogliosi.

A volte nelle canzoni escono dei tratti di personalità tipo “inadeguato ma mi piace, metà mega para, metà mega pace”; quale dei due rispecchio il paranoico o il più tranquillo?

(Ridono ndr)

F: come tutti abbiamo un lato oscuro e un lato chiaro; 

C: Riusciamo a bilanciare… se uno è calmo e uno è più agitato è normale, quando invece tutti e due siamo agitati… è la fine. In due però riesci ad aiutarti facilmente, quando uno dei due ha la giornata storta l’altro cerca di tranquillizzarlo e viceversa.

F: Anzi quando uno dei due non fa il paranoico, forse ci divertiamo di meno. Quando si è “scazzati” è difficile divertirsi. 

In “Mancarsi” dite “che schifo avere 20 anni”: è uno schifo che però fa stare bene no?

F: Magari avercene 20 anni… è un periodo che spesso viene idealizzato, e il nostro era un urlo di rabbia, uno “schifo bello”, fatto di paranoie e problemi irrisolti, di malinconie. Nessuno parla mai di questo, della turbolenza che ti fa attaccare a quegli anni. Lo schifo rispecchia l’inadeguatezza e la frustrazione: la frase dopo infatti dice “quanto è bello avere paura”, che è un po’ il sinonimo dei 20 anni, fotografa quel disagio di equilibrio instabile. È un punto di vista un po’ inedito.  Una canzone ha successo, nonostante si parli quasi sempre d’amore, perché si riesce a trovare uno spicchio che nessuno aveva mai raccontato così. Una fotografia nuova, che ti sorprende e ti rimane nella testa.

 “Due” è il vostro ultimo EP. Nella canzone “La Rabbia” emerge una forte critica sociale, che si conclude con “ognuno ha la sua storia, ognuno è differente”.

F: Il progetto fin dagli inizi è nato con il “noi” come soggetto, un riassunto della nostra vita da aggiungere come un punto sulla mappa. Chiuso il disco e chiuso il tour ci è salita l’urgenza di parlare di quello che ci succede attorno. Francesca inizia la strofa parlando del problema dell’immigrazione, della tossicodipendenza o dei conflitti interiori. È una canzone che cerca di affrontare un senso di rabbia, per trasformarlo in qualcosa di positivo. 

C: Ci piaceva l’idea di fare canzoni originali, con un nuovo mood, fuori da certi canoni, per metà rap/grime mentre poi si apre una parte più melodica. 

F: Esatto, sia il sound che le tematiche non sarebbero state in linea con il nostro prossimo disco, ma avevamo voglia di farlo quindi, perché no?

Quindi noi usciamo dal lockdown e voi entrate in studio. Sarà un’altra quarantena.

F: Si ma dai, un po’ più divertente…

Grazie mille ragazzi e speriamo di vederci a quel live che è saltato…

C: Siamo molto curiosi della Cavea, non vediamo l’ora!

Fuori l’Edera soffoca il muro. E i Coma_Cose sono una rivoluzione, soprattutto in due. 

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