Se swisho un blunt, tu che dici?

«Swisho un blunt a Swishland, bling blaow, come i Beatles / Blessin’ tic tac, le prendo dal mattino». Non avete capito nulla? Allora siete già vecchi, o almeno non più teenager. Perché questo è uno dei ritornelli più in voga del momento fra chi non è ancora maggiorenne. Il brano si intitola “blun7 a Swishland” ed è di Tha Supreme, icona rap italiana che sta scalando le classifiche (icona in molti sensi, perché quasi nessuno lo ha mai visto se non attraverso un ologramma cartoon di un diavoletto con aureola). Per la cronaca, il ritornello parla di canne rollate, di essere ‘luccicanti’ come i Beatles e di tic tac prese al mattino… che non si sa bene cosa siano, ma si può immaginare.
Senza entrare nel merito della musica e dell’arte, che sono così soggettive, l’aspetto interessante di Tha Supreme è il linguaggio. Totalmente, assurdamente incomprensibile. Un mix di onomatopee, storpiature dall’inglese, ma anche di lettere e numeri (nelle trascrizioni) che rende i testi leggibili solo a pochi eletti.
I ragazzi hanno sempre avuto un loro codice di linguaggio, direte voi. Certo, ma qui si tratta di altro: non qualche parola, ma una sorta di “Codice da Vinci” che rende il mondo dei teenager impenetrabile. Un codice simile a quello che si trova, per esempio, fra i giovanissimi appassionati di videogiochi, immersi in una realtà in cui ricorrono parole come “buildare” o “inchantato”. Una sorta di auto-ghettizzazione in un universo in cui anche i concetti sono poi sempre gli stessi: le canne, la scuola che sta troppo stretta, le battaglie nei giochi virtuali, le storie fra “tipi” e “tipe” fatte di tradimenti e “scleri”. Se un tempo il sogno giovanile era l’Esperanto, una lingua unica per parlare con tutti, ora non farsi capire sembra la cosa più interessante da fare. Meglio se, come nel caso di Tha Supreme, è abbinata al non farsi nemmeno vedere. Si potrebbe aprire una marea di riflessioni filosofiche e sociologiche sul perché di questa evoluzione (o involuzione). Su come mai il modo migliore per comunicare sia diventato non dire nulla o comunque niente di sensato. Ma dietro a ogni ipotesi, rimane, per me, soprattutto il sospetto di essere di fronte a tanto, tanto marketing. E che alle spalle di certe idee, più che i ragazzi, ci sia chi vuole vendere loro prodotti. Avete presente il “Tarapio tapioca come fosse antani”? Ecco, quello. Riproposto in versione giovanile.

 

Di Lisa Ciardi