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di Niccolò Bigazzi

Nicolò De Devitiis, romano classe 1990, è uno dei personaggi più influenti del momento. Studia e si laurea in Marketing, su Instagram si fa chiamare “Divanoletto” con un significato particolare, introduce il fenomeno del bike blogger e riesce a far combaciare il lavoro con tutte le sue passioni, in particolare quella per la musica. Qualche anno fa è andato letteralmente a prendersi il lavoro nella redazione delle Iene, dopo tanta fatica è stato ripagato. Nicolò si racconta a Edera.

Come mai su Instagram ti fai chiamare “Divanoletto”?

«Nasce da un’accezione positiva della parola divanoletto: potresti pensare che mi chiamo così perché sono pigro, tutt’altro. Io sono uno dinamico, molto attivo e in questo senso il divanoletto è un oggetto poliedrico. Immagina un ragazzo che vive in un monolocale: dorme, a un tratto suonano amici e quello stesso letto si trasforma in un divano per accogliere gli ospiti. Per questo mi sento proprio così, versatile. Il nome comunque nasce come nickname su Instagram 7 anni fa, proprio perché in quel momento stavo facendo un sacco di cose, ad ogni ora del giorno c’era un Nicolò diverso, la mattina studiavo, il pomeriggio lavoravo e la sera seguivo corsi di nuoto e recitazione».

Nel periodo in cui entravano in scena le prime fashion blogger tu hai introdotto un’altra figura, il bike blogger, cosa ti è saltato in mente?

«Come si dice a Roma questa cosa è nata “a ridere”. Ho sfruttato la mia passione per le bici. Prendevo in giro una mia compagna di Università che usciva vestita di marchi firmati e diceva di essere una fashion blogger, così io gli dicevo sempre: se tu sei fashion blogger io sono bike blogger. Ho iniziato unendo la mia passione per la fotografia, i viaggi e le bici e in ogni mio viaggio lo facevo, ho bici fotografate in Malesia, Filippine, Singapore, New York, ho anche fatto delle mostre fotografiche. Era un format, le fotografavo sempre nella stessa posizione, cambiava il contesto».

Successivamente sei entrato a far parte della redazione de le Iene, com’è andata?

«Diciamo che sono andato a prendermele. La mia pagina su Instagram era cresciuta molto ed avevo ottenuto visibilità, scrivevo a tutte le redazioni e le radio per parlare del mio progetto e ricevevo sempre risposta. Avevo la casella email piena, più di ora (ride). 

Un giorno Paolo Calabresi, Iena e attore molto famoso, entrò nel negozio dove lavoravo, era cliente abituale ed io ero il suo commesso di fiducia. Fu proprio nel periodo in cui erano usciti dei pezzi su alcune riviste e aveva fatto il grave errore di darmi l’amicizia su Facebook (ride), così ogni volta gli inoltravo gli articoli. Prima di farlo pagare in cassa, gli dissi che avevo una idea per le Iene e gli chiesi se aveva modo di aiutarmi. Mi dette la mail del suo capo dicendomi di vedersela con lui. Così tornai a casa e gli scrissi subito! Mi rispose con un secco: incontriamoci. Il giorno dopo ero a Milano».

Ricordi il primo giorno in redazione?

«Sì assolutamente. Ero molto spaesato e in un’altra città come Milano. Tutt’ora a pensarci mi fa un certo effetto. Eravamo io e Veronica Ruggeri nella stanza delle segnalazioni insieme ad altre otto ragazze, appoggiati là ad imparare i primi trucchetti del mestiere. C’erano un sacco di persone e non sapevo niente, ero in una redazione enorme. Un collega mi disse: “Benvenuto nel Vietnam della televisione”. È un posto che ti forma molto. Ed è così, sei te contro il resto del mondo. Sei da solo. Devi imparare a cavartela, è la vita che te lo impone».

Quanto lavoro c’è dietro ad un servizio? Ce ne racconti uno? 

«I servizi li monto e scrivo insieme al mio autore. Cerco sempre di essere abbastanza breve, mi prendo come metro di misura, riesco a vedere un servizio di 15 minuti? No. Allora lo faccio più breve, non devo annoiare lo spettatore, ma anzi devo intrattenerlo.

Il servizio sul CT della Nazionale Ventura ad esempio è durato quattro minuti, eppure per realizzarlo ho impiegato più di un giorno. La sera stessa che siamo usciti dal mondiale ho acquistato il biglietto per l’aereo sul quale pensavo sarebbe salito il mister e fortunatamente me lo sono trovato a bordo. Mi sono dato molto da fare per beccarlo, avevo investito tempo e denaro, però poi il lavoro ha ripagato ed è stato un grosso colpo mediatico».

Come si passa il tempo durante un appostamento? Ne ricordi uno in particolare?

«È molto difficile, non passa mai e ti distrugge dentro. Magari aspetti pure 24 ore prima di intervenire. L’appostamento sotto casa di Valentino Rossi è stato curioso e particolare. C’era stato quel contatto sospetto tra Rossi e Marquez durante una gara e tutto il mondo cercava Vale per chiedergli spiegazioni. Vado io a beccarlo. Arrivo e mi metto sotto casa di Valentino alle 14 pensando che stesse pranzando. Metto comodo il sedile e prendo in mano il telefono, dopo soli cinque minuti il cancello si apre e Vale esce con la macchina, quindi prendo e parto all’inseguimento. Ne è uscito fuori un inseguimento lunghissimo per le strade di Tavuglia. Incredibile. Il tempo mi aveva fatto un brutto scherzo, non me lo aspettavo che dopo pochi minuti uscisse. Ma alla fine sono riuscito a prenderlo».

Hai condotto “Gol deejay”, essendo appassionato di calcio, il lavoro è stato un po’ più “semplice”?

«No anzi, in questo mestiere c’è ben poco di semplice, devi essere in grado però di farlo sembrare. È stata un’esperienza bellissima e divertente, la rifarei domani. Sono molto appassionato anche di musica quindi il rapporto con il programma è stato ancora più speciale».

A proposito di musica, hai fatto un feat con i Legno, com’è nata la collaborazione?

«Sono sempre alla ricerca di nuova musica da inserire nelle mie playlist, avevo appunto inserito i Legno in una di queste e loro mi scrissero ringraziandomi. Successivamente, durante un’intervista in radio mi venne chiesto un gruppo sul quale puntare per il futuro. Io dissi nuovamente i Legno. Quindi quel pomeriggio una loro canzone andò in onda. Mi proposero di incontrarsi e sembrava che ci conoscessimo da anni. La settimana dopo mi chiamarono e mi dissero che avevano un pezzo da propormi per un featuring. Non ci pensai neanche e dopo qualche giorno eravamo in studio a registrare».