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Un esorcismo verso il mio lavoro

Arriva al Teatro del Maggio Musicale con il suo charme, portandosi dietro uno stuolo di curiosi e appassionati, catalizzando l’attenzione. L’area interviste, d’un tratto, si popola. Decine di occhi ci osservano mentre mi stringe la mano. Autorità, spensieratezza e nessuna voglia di mascherare quel suo accento calabrese: Brunori si siede, un po’ stanco per i continui viaggi – il giorno prima in Emilia-Romagna ha sostenuto un incontro improvvisato – ma il sorriso non lo nega comunque. È trascorso oltre un anno dall’uscita di “A Casa Tutto Bene”, ultimo album in studio del cosentino, vincitore del platino lo scorso agosto. Ha spento quarantuno candeline da neanche una settimana e, da diverso tempo, è riuscito finalmente a ritagliarsi un posto sulla scena. È tra gli ospiti più attesi del “Campus della Musica”, un format che aiuta gli artisti nell’approccio al mondo musicale a tutto tondo, dalla parte sonora a quella della gestione economica o della stampa. Senza abbandonarli, favorendone la gavetta, quella lunga ed estenuante che ha colpito anche Dario, che si cela dietro alla sigla di una “Società in accomandita semplice”.

Ecco, perché si chiama così?

«Le mie prime canzoni sono nate come una sorta di esorcismo verso il mio lavoro: facevo parte della ditta di mio padre – la Brunori S.a.s., appunto – e, avendo intrapreso un’altra strada, ho voluto onorare la mia famiglia. E poi perché tutto questo è a fine di lucro (ride, ndr). Io sono il socio accomandatario, ci metto la faccia, ma i vari accomandanti sono una forza imprescindibile: li ringrazio poco, sarà perché sono narcisista».

Dall’azienda di famiglia al palcoscenico: nel mezzo un percorso tortuoso.

«È stato un processo classico, quello di tante persone che hanno dovuto farsi da sole, con l’idea di un primo disco nato con un’etichetta piccola. Ho avuto la fortuna di trovare fin da subito Matteo Zanobini, il mio manager. Un tempo suonavamo insieme. Quando sono tornato ad abitare in Calabria, siamo rimasti in contatto ed è stata la prima fortuna: sono riuscito ad assecondarla. Ho suonato ovunque, a qualsiasi paga, e ora sono contento così».

Esiste un monito che l’ha accompagnata, un consiglio che spenderebbe per chi sogna di farsi spazio?

«Diffidate di chi dà consigli, effettivamente molte esperienze sono soggettive. Un tratto comune che aiuta è la conoscenza di un ambito, comprendere cosa ti piace e capire chi sta facendo ciò e come, essere partecipe di una comunità. Molto di quello che è successo negli ultimi anni in questo fantomatico mondo indie nasce dal fatto che tante delle persone che attualmente sono sul palco, prima stavano sotto. E conoscono i codici e le dinamiche di questo sistema. Tanti di coloro che adesso sono considerati nel panorama, nel 2005 frequentavano da spettatori i locali e i concerti, me compreso. Si può anche innovare un ambiente, ma per farlo devi conoscerlo».

La forza della sua crescita è stata mettere un tassello alla volta?

«Devi avere l’idea di essere pronto per lo step successivo. Io sono partito da non cantante, fino a quel momento non avevo mai cantato e non avevo un progetto nel quale questo fosse previsto. Dal primo disco, aver intrapreso un determinato percorso significa aver sviluppato un’idea di spettacolo e di look, un’esperienza sul palco. Io non avevo mai fatto niente del genere, era necessario che mi scontrassi con la realtà. Sono il tipico esempio che nella vita non c’è niente di irreversibile, il mio primo album l’ho fatto a trentadue anni dopo essermi laureato in Economia e Commercio: come dice Padre Maronno, “e se poi te ne penti?!”. Io me ne sono pentito, ma ce l’ho fatta».

Ascoltando “L’Uomo Nero”, emergono principi senza mezzi termini. Prima di poter cantare dei propri valori, è necessario crearsi un pubblico per essere credibili o fin dall’inizio si deve perseguire la propria strada per formare un’identità?

«Dipende dalla personalità dell’artista. Uno deve dire quello che vuole esprimere, nelle forme e nelle maniere consone, confrontandosi naturalmente con la capacità. Chiunque si interroga, sono importanti la conoscenza e la curiosità in un determinato ambito proprio perché l’errore che si può commettere all’inizio, nell’ingenuità dell’esordio, è poter pensare di dire delle cose straordinarie mentre in un contesto sono scontate, già dette o dette meglio. In fondo, nessuno deve preparare il pubblico che ti accoglie, devi arrivarci con un percorso che ti dimostri di essere pronto, incarnando la credibilità. Io non sono sicuro di poter dire certe cose: quando l’ho fatto, al contrario, è stato soddisfacente».

Differenziarsi, però, non è semplice.

«Se un artista ha un seguito rispetto al disco d’esordio è perché ciò che ha fatto è stato un elemento di rottura in un determinato contesto. Significa che non ha proposto la ‘pappa pronta’. Non è che la canzone di politica sia di rottura e quella d’amore no, faccio un esempio: quando sono usciti Bugo o Dente, erano elementi di rottura in un ambiente che poneva le proprie basi nel linguaggio post-rock di matrice internazionale con il canto in inglese. Loro sono arrivati e hanno cantato la vita quotidiana in italiano. Anche il disco d’esordio di Vasco Brondi è stato qualcosa di diverso».

In tal senso, come si costruisce l’emotività di una canzone?

«Su questo aspetto, non sono la persona più adatta con cui parlare. Non ho un preciso controllo su quello che accade quando compongo, succede qualcosa in cui la mente ha poco a che fare. La mente intesa come pensiero razionale che gestisce quella cosa».

Non è solo cantante: l’abbiamo trovata in teatro, ammirata da conduttore. Dispone di più lati della personalità artistica. Non pensava di essere qui dieci anni fa, dove si vede tra ulteriori dieci?

«Ho sempre difficoltà a rapportarmi su distanze così lunghe, sono superstizioso per natura. Spero… di essere presente, non so in che forma».

Sorride, tra il serio e il faceto, come a dire: “Guardate che non sto scherzando”. È il momento delle fotografie, dei saluti, dei suoi sostenitori che lo ringraziano. Da aprile guida “Brunori sa”, programma in onda sulla Rai, dove racconta la generazione degli attuali quarantenni attraverso le tematiche più disparate: tra queste, il lavoro, quello che lo erge a capostipite, almeno in termini di età, del nuovo che avanza della musica italiana.

 

Giacomo Brunetti