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CARCERE, PARADIGMA DEL BINARISMO

La detenzione delle persone trans, un approfondimento sulla sezione G8 del carcere di Rebibbia

di Chiara Celeste Nardoianni

La condizione delle persone che vivono in carcere non sembra essere una priorità nel nostro Paese.  Tutto chiuso, il XXII rapporto di Antigone 2026, aggiornato ad aprile, parla chiaro: il sistema detentivo italiano vive a oggi un momento di profonda crisi, nel quale sovraffollamento arriva addirittura al 200% in alcune province. Questo, non è difficile immaginarlo, ha delle importanti conseguenze sulle condizioni di vita e di salute delle persone all’interno degli spazi carcerari, limitando la possibilità di soddisfare le necessità umane di tutti i detenuti e ostacolando lo scopo rieducativo della pena.

Se questo è sinteticamente il quadro nazionale, va da sé che le persone detenute appartenenti alla comunità Lgbtqia+ vivano nelle carceri un sistema di oppressione maggiore delle altre, che riproduce ancora più violentemente le discriminazioni di cui sono vittime anche al di fuori delle sbarre.

In carcere è il criterio biologico a dominare, è il sesso anagrafico a determinare il genere dei detenuti. Come descrive il rapporto di Antigone, pubblicato pochi mesi fa, già nel 2000 si avvertì la necessità di costituire delle sezioni specifiche per donne trans, cosicché potessero essere maggiormente tutelate, limitando episodi di discriminazione che sarebbero potuti avvenire in spazi misti. Tuttavia tali sezioni diventarono norma solo nel 2018: da allora sono sei quelle presenti nel territorio italiano e si trovano a Belluno, Como, Ivrea, Reggio Emilia, Roma Rebibbia e Napoli Secondigliano. È importante sottolineare che le condizioni dei detenuti e delle detenute nelle diverse aree geografiche non è omogenea e che, inoltre, non esistono sezioni per uomini trans. Si contano invece tre sezioni per uomini omosessuali, in quanto, in questo caso, l’orientamento sessuale viene considerato un importante fattore di discriminazione, causa di possibili disordini all’interno dell’istituzione carceraria.

L’organizzazione detentiva d’altronde privilegia la necessità di limitare i disordini, spesso anche a scapito della tutela dei diritti delle persone detenute, ancora di più per quelle trans. Infatti, la stessa esistenza delle persone trans mal si adatta al rigido binarismo di genere su cui si fonda l’istituzione detentiva. Mentre fuori dalle sbarre le divisioni per generi degli spazi (per esempio quella dei bagni pubblici, o delle file nelle sezioni elettorali) vengono messe – anche se con molta difficoltà – in discussione, nell’istituzione penitenziaria questa distinzione è dura a morire. Solo le persone trans che avviano un percorso di affermazione di genere medicalizzato, con l’assunzione di ormoni, possono essere considerate tali, generando un’ulteriore forma di discriminazione e violenza.

Come dicevamo, la situazione delle detenute trans in Italia all’interno delle sezioni non è omogenea, in merito a garanzia dei diritti, attività rieducative e numero di atti violenti e discriminatori. Tuttavia non potendo indagare nel dettaglio la situazione di tutte le sei sezioni detentive sopracitate, abbiamo deciso di approfondire quella del carcere di Rebibbia, grazie al contributo del ricercatore e professore Samuele Briatore dell’Università La Sapienza di Roma, autore dell’articolo “Emozioni e identità di genere in carcere. Un’analisi dell’esperienza delle donne transgender al Rebibbia nuovo complesso”. Nello studio, Briatore indaga le peculiarità della sezione attraverso delle interviste alle detenute, facilitando la condivisione emotiva attraverso l’ausilio dei tarocchi, strumento tutt’altro che banale. «Le transgender italiane si trovavano a confrontarsi con trasgender sudamericane, che custodivano credenze, aneddoti, rituali, come il malocchio – spiega -. Così ho capito che la superstizione era un campo semantico in cui potevano sentirsi coinvolte; da qui l’idea di utilizzare i tarocchi, ma non nella loro componente divinatoria, bensì come possibilità di facilitare la conversazione su argomenti delicati, attraverso immagini molto evocative, gli arcani maggiori». Così le detenute hanno raccontato le proprie storie tramite delle associazioni spontanee con carte piene di simbolismo come la Papessa, la Torre o il Sole. Uno dei temi emersi riguarda la dimensione affettiva delle detenute: «Sentendosi in un luogo sicuro, avrebbero preferito condividere lo spazio con i detenuti uomini, per poter assecondare il proprio desiderio di amore e riscatto affettivo». Tale aspetto si ricollega alla sentenza 8/2025 della Corte di Cassazione che definisce la necessità per le persone detenute di vedersi garantito il diritto all’affettività.

La componente migratoria si inserisce in un contesto già così complesso, incidendo sulla possibilità di integrazione e benessere di tutte all’interno della stessa sezione. Ma secondo Briatore uno degli ostacoli più importanti, su cui ancora non esiste un dibattito nel nostro Paese, rimane la componente transfobica della giustizia italiana: «Una persona trans rispetto a una persona eterosessuale viene ascoltata con minor attenzione da un giudice, tanto che io ritengo che alcune persone non sarebbero in carcere se non fossero trans. Perché molte donne trans lavorano nell’ambito dell’illegalità: sono sex worker, o spacciano» .

In effetti, donne e uomini trans nel 2026 in Italia ancora faticano a trovare spazi in cui siano realmente integrati, incorrendo in difficoltà di carattere lavorativo, economico, e abitativo a cui il Paese non è ancora in grado di rispondere, esponendo le persone coinvolte a processi di criminalizzazione.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.

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