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ASPETTANDO LUNEDÌ

Come la guerra divide le famiglie

di Federica Tess Pancetti

Era il 2023 quando Tananai presentò Tango a Sanremo, insieme al video musicale che mostra Olga e Maxim, due giovani sposi ucraini divisi dalla guerra, che aspettano un fantomatico lunedì per rivedersi. Una condizione comune a molti: lui al fronte, lei a casa, entrambi avvolti da nostalgia e paura per la persona amata. Questa canzone, per Alexsandra, 24 anni, ha un significato speciale.

Alexsandra ha un nome che porta già in sé parte della sua storia. Divisa fra due popoli, non è né Alessandra, come vorrebbe la lingua italiana, né Aleksandra, lo spelling che segue l’alfabeto ucraino. Questo perché i suoi genitori, una volta in comune, si sono trovati davanti a un dilemma: seguire la tradizione dettata dalle loro radici o adattarsi al nuovo Paese? La doppia s non piaceva a mamma Oksana (nome di fantasia), mentre a papà Oleh (altro nome di fantasia), il suono ks pareva ostico, poco adatto al Bel Paese. È così che, alla fine, il nome lo hanno inventato: Alexsandra, duplice, come la sua natura.

Negli anni, mi ha ripetuto spesso quanto odiasse quel nome, così complicato da spiegare, ma adesso crede che un po’ la rappresenti.

Alexsandra è nata in provincia di Napoli da due genitori ucraini. Lei in Ucraina non c’è mai stata e adesso non sa se potrà mai andarci: il 24 febbraio del 2022, infatti, la Russia ha annunciato una operazione militare speciale nel Dombass, dando inizio all’invasione del Paese.

Lei, che vive in Italia con la madre e la nonna materna, non vede suo padre da allora.

«I primi giorni ci chiamavamo costantemente – mi dice -. Ero terrorizzata che potesse succedergli qualcosa, c’erano sempre le sirene in sottofondo».

Suo padre risponde da Zvjahel, città a metà fra Kiev e Leopoli, nella regione dello Zhytomyr. Per quanto ne sa lei, la sua città è stata oggetto di attacco solo due volte negli anni, ma non ne è sicura. Lei non cerca su internet, ha paura di scoprire cose che non vorrebbe sapere, perciò tenta di fidarsi di ciò che le riferisce suo padre, anche se a volte teme che le sue siano bugie a fin di bene. Prova a non pensarci: «Se non facessi così, impazzirei. Sarebbe impossibile avere una vita, studiare, uscire di casa».

Le chiamate che si ritaglia con suo padre sono momenti intimi. Dopotutto, a casa, con sua madre e sua nonna, l’argomento Ucraina è vietato.

Una volta, al culmine di una lite riguardante proprio la guerra, sua nonna urlò una frase: «Noi siamo russi».

Non è così, almeno non lo è secondo i loro documenti, che sotto la voce “cittadinanza”, recitano tutti ucraina. Questo perché, quando l’Unione Sovietica crollò, loro si trovavano su suolo ucraino; loro che sono cresciuti studiando russo a scuola, nel mito delle grandiose Mosca e San Pietroburgo e che tutt’ora festeggiano il 9 maggio.

Alexsandra mi racconta che da bambina, diceva a tutti di essere russa. «Sono cresciuta guardando i cartoni russi, ascoltando il discorso di Capodanno di Putin, parlando esclusivamente russo a casa».

Un retaggio dell’Unione Sovietica che il ramo materno della famiglia si ostina a portare avanti tutt’oggi, informandosi sull’andamento del conflitto solo ed esclusivamente tramite le notizie riportate da Vremja, il principale telegiornale della Federazione Russa, trasmesso ogni giorno alle ore 21.

Perciò le chiamate con il padre per Alexsandra avvengono da sola, chiusa nella sua stanza. E proprio in queste occasioni, una sera alla volta, ha scoperto per la prima volta il suo Paese, un luogo dove non è mai stata, ma che adesso ha imparato a identificare come casa. Dagli aneddoti riguardanti le marachelle scolastiche del padre, alle campagne circostanti la casa di famiglia, che Oleh cerca di mostrarle in videochiamata, fino a brevi serenate con la chitarra che suo padre ama tanto suonare. 

Le manca nelle piccole cose: una chiacchierata seduti accanto sul divano, un pranzo insieme, una passeggiata. Per questo si immagina spesso di vivere il suo quotidiano, di percorrere le stesse strade di suo padre, fra quegli stessi campi verdi che ha visto solo attraverso uno schermo, di farsi insegnare, una volta per tutte, l’ucraino dalla nonna paterna.

«Sogno di andarci – ripete spesso -. Di presentare finalmente a mio padre il mio fidanzato».

È una cosa a cui tiene particolarmente perché suo padre le ripete spesso di coltivare gli affetti, che per lui che ha tutti lontani, sono la cosa più importante nella vita. 

Oleh sente la mancanza di sua figlia, ma non può uscire dal Paese, gli uomini idonei al servizio militare non possono farlo, e anche se potesse, ottenere i documenti necessari sarebbe complicato per lui che viene da una piccola città rurale.

Le chiedo come immagina il giorno in cui si rivedranno e lei parla con voce tremante. «Lacrime, fiumi di lacrime». Al telefono lui le ricorda spesso l’ultima volta che si sono visti, quando lei ha aperto la porta dopo essere tornata da scuola e lui l’ha abbracciata. «Mi strozzerà di abbracci come quella volta».

E quindi, Alexsandra continua ad aspettare quel lunedì in cui potrà finalmente riabbracciare suo padre, ma per ora, non è mai lunedì.

Articolo scritto all’interno del Laboratorio Edera Summer Camp di comunicazione e scrittura giornalistica realizzato da Edera Rivista.

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