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Il futuro della cultura secondo Alessandro Benvenuti nel post Covid-19

Quante volte in questi giorni ci siamo chiesti come davvero andrà a finire questa situazione. Difficile, quasi impossibile saperlo di fronte ad un evento che nella modernità non era mai successo prima. Il Covid-19 ha influito e continuerà ad influire su tutto e su tutti, senza darci un orizzonte preciso da poter guardare. E tra tutti, anche quello della cultura ci appare più che mai sfocato. Operatori, tecnici, strutture del panorama culturale, presenti in infinite parti e variazioni nella nostra nazione, stanno già facendo conti durissimi col presente e ancora più difficili col futuro. Detto questo, non possiamo avvilirci, non possiamo chiuderci nella disperazione. La verità è che sta a noi. È il momento di rimboccarci le maniche e agire. E vita ci sarà, proprio come dice Alessandro Benvenuti, uomo di cultura, attore teatrale e cinematografico oltre che direttore artistico del teatro dei Rinnovati e del Teatro dei Rozzi di Siena. Perché fino a che quel “disperato, commovente, irrefrenabile bisogno di tanti artisti di sentirsi vivi raccontando agli altri cos’è la vita”, resterà nelle nostre anime, la cultura e la vita sociale saranno sempre alla base del nostro Paese. E quegli orizzonti che sembrano oggi così tanto fragili, torneranno ad essere nitidi e lucenti. Cosa ci aspetta? Su cosa si dovrà puntare? E soprattutto, ce la faremo davvero? La parola resta ad Alessandro che, focalizzandosi sul teatro, racconta la sua opinione, le prospettive e le necessità che ci attendono. “Comincia la battaglia”. 

Alessandro, ci daresti la tua personale definizione di “teatro”?

«Il teatro è quando una persona racconta e una ascolta. Questo per dire che come inizia la vita per ciascuno di noi inizia anche il teatro. Perciò il teatro è la vita stessa».

Ci troviamo oggi in una situazione difficile, di crisi per tutti i settori. Il mondo dei teatri ha già vissuto in passato una crisi così sostanziosa?

«Durante la guerra. Personalmente ho vissuto un momento di difficoltà a cavallo fra il 1973 e il 1974 durante l’austerity, quando il governo, a causa della crisi petrolifera del ‘73, dovette emanare delle disposizioni per limitare in modo drastico il consumo energetico vietando ad esempio la circolazione nei giorni festivi dei mezzi privati e cinema e i teatri ebbero l’obbligo di chiusura alle 22. Questo causò molte difficoltà allo spettacolo dal vivo, ma certamente niente di paragonabile a ciò che stiamo passando adesso». 

Qual è la paura più forte che hai al momento riguardo al mondo del teatro e della cultura più in generale?

«Non ho nessuna paura ma sono preoccupato per tutti coloro che avranno difficoltà a resistere a una stagione di transizione come sarà quella che sta per arrivare, dove tutti quanti noi dovremo ridimensionare i nostri progetti, sogni, aspettative. Sarà un anno di transizione, di sofferenza. Spero solo che questo non causi troppe “vittime”».

Questo momento sarà più un burrone insuperabile o un momento di nuove opportunità?

«Sarà l’una e l’altra cosa. Come sempre accade negli snodi epocali che l’uomo si trova a dover affrontare. Sarà selezione naturale che lo si voglia o no».

Dove verrà giocata la partita? Cioè, secondo te, quale potrebbe essere il fattore determinante per la ripresa nel mondo della cultura?

«Inutile, credo, aspettarsi che l’Italia diventi madre attenta e premurosa verso i suoi artisti, come altri paesi europei intelligentemente lo sono, legiferando in tal senso. C’è da parte della politica e quindi dello Stato una disattenzione verso l’arte e ancor di più verso lo spettacolo dal vivo che indica il grado di pregiudizio che questa parte di potere ha verso le fucine culturali e la conseguente sottovalutazione che da questa disattenzione ne deriva sul reale impatto di quanto la bellezza espressa dall’arte potrebbe giovare al bene della Nazione. Vero è che la nostra vocazione da sempre capocomicale, unita alla logica dell’arrangiarsi, del sotterfugio, dell’amico nel posto giusto, dell’amante che sta nei salotti che contano, delle lobbies culturali di appartenenza, fa sì che la forza che la nostra categoria potrebbe esprimere se si rivolgesse compatta e determinata a chi ci governa finisce per dissiparsi in mille personalissimi rivoli che giovano solo a chi, da quei rivoli, riesce ad attingere l’acqua che gli serve per sopravvivere. Quindi non so se c’è o ci sarà un fattore determinante per la ripresa della cultura. Ma so che l’Italia è ciò che nei secoli ha dato alla cultura: una madre che ha partorito geni i cui meravigliosi frutti artistici ancora oggi sono invidiati in tutto il mondo. Sarebbe allora possibile chiedere a chi ci governa – chiunque esso sia – di trovare un attimo per guardarsi semplicemente intorno e accorgersi almeno dell’ovvio?».

Si legge che il mondo dello spettacolo e culturale saranno tra gli ultimi che riceveranno aiuti (economici ad esempio). Il mondo del teatro, da solo, potrebbe riuscire a farcela? Quale è il punto di forza del teatro sul quale potrebbe puntare più di ogni altra cosa?

«Il mondo dello spettacolo dal vivo sarà l’ultimo in tutto, vero. Non c’è da sorprendersi e non è perché ci siano nemici che ci vogliono morti. Diciamo che è complicato stilare protocolli per il nostro settore perché vi sono particolarità che un’officina, ad esempio, non ha. Più facile rimettere in moto le catene di montaggio della FIAT che riaprire il Teatro dei Rinnovati insomma. E non è un paradosso. Pochi, tra scienziati e politici sanno cos’è vivere lavorando nei teatri. Non lo sanno perché al massimo sono stati spettatori in un teatro. Non lo sanno perché è già difficile per molti di loro accettare il concetto che la nostra sia l’industria dello spettacolo e non il passatempo di qualche sfaticato che aveva poca voglia di lavorare e ha scelto la scorciatoia più facile. Qual è il punto di forza del teatro? Il disperato, commovente, irrefrenabile bisogno di tanti artisti di sentirsi vivi raccontando agli altri cos’è la vita».

Sarà come una ripartenza da zero. Avendo la possibilità di ripensare tutto, cambieresti qualcosa nel mondo del teatro rispetto a prima? Se si, cosa vorresti che cambiasse?

«A parte quello che ho detto sull’attenzione che lo Stato dovrebbe avere riguardo alle arti e agli artisti in generale, il teatro cambia da sé. Cambia ogni giorno. Cambia perché cambiano i tempi, le persone. Cambia per sua stessa natura. Cambia perché l’obbligo di confrontarsi con visionarietà e fantasia non possono lasciarti indenne dal rischio di cambiamento. Il bello del teatro è tutto in questa sfida tra te e i tuoi limiti da abbattere. Chi fa questo mestiere sa. Per questo la risposta è solo una: lasciarsi andare al fare e se lo saprai fare qualcosa cambierà».

La cosa che ti è mancata (e ti mancherà) di più del tuo lavoro. E quella che non ti è mancata (e non ti mancherà) per niente

«Non mi manca niente. Sono totalmente pieno, o meglio riempito del mio lavoro. E ciò che sto facendo adesso è prepararmi al meglio per ricominciare».

L’approccio alla vita sociale e culturale da parte delle persone sarà diverso?

«All’inizio sicuramente. Dovranno superare la paura della vicinanza del prossimo, ad esempio. E poi, piano piano tornerà la voglia di vivere. Siamo mammiferi in fondo e il bisogno di sentirci pelle contro pelle ci salverà da questo asettico, assurdo modo di vivere».

Eri nel pieno della programmazione teatrale dei teatri di cui sei direttore artistico. Quando è arrivata la quarantena, personalmente come l’hai vissuta? Ho visto anche il “Diario di un non intubabile” ad esempio.

«Malissimo. Come se un filo di ferro mi avesse spezzato in due mentre mi ero lanciato in aria per fare un salto. Ho pianto. Per impotenza. Per la delusione di non aver potuto completare la sfida di due stagioni che era fondamentale portare a termine per iniziare, partendo dall’analisi dei risultati, un percorso di conoscenza reciproca tra me e Siena e progettare al meglio il futuro. Il diario ho deciso di scriverlo per raccontarmi almeno come persona non potendomi raccontare come artista in teatro».

Il cinema, altro settore adesso pieno di incertezze. Rispetto al teatro cambia qualcosa in questo momento?

«Vive le stesse difficoltà ma almeno, al momento, ha dei protocolli più chiari per ricominciare a produrre. Non di molto ma con aspetti di sicuro più chiari rispetto ai nostri».

I delitti del Bar Lume, in quarantena ci avete intrattenuto e aiutato. All’inizio ti aspettavi tutto il successo che la serie ha ottenuto?

«Francamente no. Ma sono contento del fatto che, insieme ai miei colleghi, si siano allietate le sere di un po’ di famiglie. Anch’io mi sono assai svagato con film e serie televisive davvero belle. L’importanza dell’industria dello spettacolo, appunto».

Coppia Benvenuti-Fresi, Don Chisci@tte portato in tutta Italia. Tra di voi si nota un grande feeling sul palco. Quale è l’elemento/caratteristica che vi unisce così tanto?

«Siamo persone abbastanza normali. Non siamo afflitti da patologie assai comuni che ammorbano la nostra categoria di lavoro. Poi siamo simpatici. Lui mi fa ridere e io lo diverto. Abbiamo due mogli piuttosto intelligenti, ci piacciono i nostri figli senza mitizzarli troppo… siamo tranquilli nella vita e parecchio esplosivi sulla scena. Non confondiamo le cose insomma. Questo aiuta molto la convivenza».

Da direttore artistico e attore, il tuo messaggio al mondo della cultura e dello spettacolo.

«Da attore non dico nulla perché sono un timido. Da direttore artistico ai colleghi e amici dico solo: cercate di stare in salute. MI SERVITE VIVI».

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