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A LUCI SPENTE

I concerti come forma del vivere insieme

di Sofia Zangla

Un miscuglio di persone, migliaia di colori e stili diversi che si incrociano sullo stesso marciapiede.

Guardandosi intorno, fuori dai cancelli di un concerto si trova di tutto: c’è chi gioca a carte sul cemento per far passare il tempo, chi ascolta musica da casse portatili, chi chiacchiera e fa conoscenza con sconosciuti e chi riposa sotto il sole.

I concerti, oggi, non sono solo eventi musicali, ma veri e propri stati d’animo; spazi di appartenenza ed esperienze collettive che iniziano ben prima che la musica cominci.

Non è raro imbattersi in accampamenti fuori dai palazzetti o dagli stadi già dalla notte precedente, con sacchi a pelo e pennarelli indelebili per scriversi i numeri d’arrivo sulle mani.

L’esperienza, in questo modo, prende la forma di un’avventura collettiva che coinvolge il pubblico già nei giorni precedenti l’evento.

Chi partecipa non cerca solo l’intrattenimento, ma un’occasione di connessione e appartenenza, capace di creare legami temporanei ma intensi tra sconosciuti.

Anche l’attesa non è più soltanto un tempo vuoto, ma diventa una parte integrante del concerto, un momento che assume un valore proprio dove la condivisione delle stesse emozioni unisce persone che spesso non si conoscono.

In questo senso, il concerto non coincide più soltanto con la performance sul palco, ma con un rito che unisce e coinvolge il pubblico. È qui che il fandom smette di essere un concetto astratto e si trasforma in una comunità reale e temporanea in cui trovarsi.

«In un’epoca in cui la disponibilità di musica per tutti è totale – osserva l’etnomusicologa Giulia Sarno – il fatto che la gente continui ad andare ai concerti mette in evidenza come la musica dal vivo sia una forma radicalmente diversa. La chiamiamo sempre musica, ma è una forma del vivere insieme, un’attività collettiva».

Nel momento in cui si spengono le luci dell’arena si crea un senso di connessione assoluta.

In quell’istante si sentono solo le urla e la trepidazione generale; la frenesia è palpabile e si genera un’atmosfera intima e collettiva al tempo stesso.

Dal momento in cui parte la prima nota, le emozioni personali si sciolgono in quelle della folla.

Chi frequenta i concerti oggi spesso li descrive come uno spazio sicuro, una comunità ideale che permette di allontanarsi dalla vita quotidiana.

Il live diventa una via di fuga che contribuisce al benessere sociale grazie all’incontro di percorsi e vissuti diversi, la cui forza si propaga online anche nei giorni successivi attraverso video, foto e storie.

Questa necessità di contatto è emersa con forza durante il periodo della pandemia. Quando i locali erano chiusi e i grandi eventi vietati, la musica e i concerti online sono stati un elemento di conforto fondamentale.

«Un’altra cosa che è emersa nel Covid in modo lampante è quanto ci affidiamo all’ascolto di musica per affrontare crisi, quanto le note servano a elaborare strategie di coping nei confronti delle crisi e a superare momenti di difficoltà- continua Giulia Sarno – e la possibilità di fruire musica dal vivo, per quanto in live streaming in questo caso, fosse considerata un appoggio emotivo straordinario alla crisi pandemica».

Ora che i cancelli sono tornati aperti, la voglia di condivisione è esplosa. Le orecchie ovattate a fine evento, la voglia di non tornare a casa, le lacrime e le risate condivise e infine l’uscita collettiva sono i segni di una musica dal vivo che oggi non è soltanto un’esperienza da ascoltare, ma un momento sospeso in cui si intrecciano emozioni e momenti vissuti insieme.

Quello che un tempo era solo un concerto sembra trasformarsi sempre più in una ricerca di emozioni condivise.

«La musica è una forma che la vita in società assume, è un bisogno ineliminabile, che fa parte dell’Homo Sapiens e che attraversa la specie – conclude Sarno –. Forse una delle cose che ci contraddistingue dalle altre specie è il fatto di fare musica insieme. Quindi io direi che questo bisogno è intramontabile, c’è da sempre e sempre ci sarà».

Articolo scritto all’interno del Laboratorio di Giornalismo realizzato da Edera Rivista  all’Università di Firenze

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