La musica come abbiamo sempre voluto sentirla

 

di Tommaso Nuti

 

Quando metti le cuffie e apri qualche playlist di musica italiana e capitano i “Pinguini Tattici Nucleari” i pensieri principalmente possono essere due: il primo è «questi con un nome così da dove escono?»; il secondo, che negli ultimi tempi diventa quello più comune, sta semplicemente in un sorriso e in un senso di tranquillità, di vicinanza verso chi suona. 

Perché? Perché scrivono le cose come abbiamo voluto sentircele dire da sempre: che non ci piace la verdura, che a undici anni aspettavamo le lettere da Hogwarts, che adesso balliamo il raeggeton o che c’è davvero qualcuno che non mette la cipolla del kebab. 

A dicembre, insieme ai ragazzi de “Il Teatro? Bella Storia!” abbiamo incontrato Riccardo Zanotti, cantante e frontman della band bergamasca, scherzoso e col sorriso stampato sulla faccia, che non va mai via, il sorriso di chi ha fatto della propria passione un lavoro. A distanza di 10 anni dalla nascita, ha partecipato al festival di Sanremo e sta per cominciare il più grande tour della loro storia, quello dei palazzetti italiani.

Due dischi d’oro, su due singoli.

«Tutto negli utlimi mesi: fino a due anni fa non ci riconoscevano neanche le nostre madri, ma ora va benone direi (ride ndr)».

Si dice che ogni volta che vi chiedono il perché del nome della band raccontate una storia sempre diversa. Ce n’è una vera?

«C’è una storia vera certo, ma non ve la dirò. Posso svelarvi tutto, ma non questo. Abbiamo iniziato a 17-18 anni, quindi con un fardello di emozioni che però di fatto dovevamo ancora capire. Eravamo in quelle fase del “non disciplinato”, per usare un eufemismo, come ubriacarsi di sangria. Il nome è stato proprio un ubriacarsi di sangria: è un nome stupido ma non inventato, dato da ragazzini, come quell’email di quando hai 15 anni che poi ti porti dietro tutta la vita. Ci siamo tenuti il nome perché ormai era più grosso di noi ed è diventato parte della nostra storia. Ci siamo affezionati».

Punti di riferimenti musicali?
«Tanti. Sicuramente andando agli anni d’oro dei cantautori, quando c’era musica seria e non come ora, tipo Sfera Ebbasta, i nostri riferimenti son stati Lucio Dalla, De Gregori o anche artisti stranieri. Ho iniziando a suonare con i Queen. Mi ricordo che c’erano dei giostrai fuori da casa mia, durante la festa della “Madonna della Gamba” e quando ero piccolo una volta lasciarono dei Cd per terra, buttati. Li mettevano per le giostre, ma il digitale aveva preso il sopravvento e avevano fatto il passaggio all’MP3. Fra questi c’era il “Greatest Hits II” dei Queen e da lì è cominciato tutto. Mia mamma dice sempre di non prendere le cose da terra, ma in realtà erano gratis… 

Infine, fra noi ci sono metallari, folk e autori con passioni diverse». 

Nella scena indie, quali sono i punti di riferimento?
«Sicuramente Sfera… (ride ndr). A parte tutto, il discorso è molto difficile quando sei amico degli artisti. Non è una scena enorme come quella americana e quindi bene o male ci conosciamo tutti. Di conseguenza è brutto dire mi piace più questo o l’altro, ma lo farò… (ride ndr).

Calcutta per esempio è molto bravo, una persona geniale a suo modo. Quando uscì “Mainstream” nel 2016 mi innamorai di quell’album e addirittura mi riappassionai a un certo tipo di musica italiana. Però o li nomini tutti o nessuno, fate finta che ve li abbia nominati tutti!».
In “Scatole” parlate di ingegneri, architetti… Cosa avreste fatto se non non foste diventati musicisti?

«In realtà, tranne me, tutti gli altri avevano altri lavori. Io ci ho provato ma ero totalmente goffo nel fare il barista… Nei Pinguini uno lavorava in aeroporto, un altro era custode nel museo – ma senza che le statue prendessero vita – uno era pizzaiolo e altri avevano qualche lavoretto casuale… io per essere assunto mentii nel cv dicendo che avevo esperienza come barista; il primo giorno mi chiesero di fare del té – che fra l’altro non bevo – e nell’incoscienza dei diciotto anni aprii la bustina e la versai nell’acqua calda. Quindi che vi dico? Non mentite nel cv! Adesso probabilmente sarei in mezzo alla strada, ma poi ho trovato la mia via e quindi va bene così».

Nei vostri testi ci sono tanti riferimenti al cinema, perché?

«Perché siamo grandi fruitori del cinema, sia io che gli altri. Ci piace che l’arte non sia qualcosa di limitato. È stupido dire che la musica è solo musica, tutto si contamina. L’arte è contaminazione e i vari tipi devono incidere sugli altri». 

Essendo tanti, come vi approcciate alla scrittura?
«Scrivo io le cose a casa e poi mando le parti agli altri. Dopo coinciamo a discutere sulle diverse modalità, in sala prove di norma. È molto comodo e veloce perché i ragazzi sono bravi a leggere e interpretare le situazioni. È ormai un sistema rodato, siamo gli stessi da circa 3 anni e c’è sempre stata sintonia. Per esempio il giorno prima del concerto del Primo Maggio a Roma, dovevano trovare qualcosa per l’apertura, per una canzone di Battiato, “Centro di gravità permanente”. Dato che Lodo presentava e che ci conosciamo da una vita, il giorno prima ci ha detto “sono speranzoso che ce la facciate perché siete molto precisi e veloci”. Ce l’abbiamo fatta, provandola una sola volta: siamo molto orgogliosi di questo. È bello vedere la partitura, è bello scrivere a mano, è diverso dal digitale, come un libro e un kindle». 

Scrittura del pezzo: parlando con Fulminacci, i suoi pezzi trattano di storie vere, perché secondo lui è più difficile scrivere pezzi su storie non vere. Come sono i vostri?

«Penso che debba essere un po’ un misto: ci devi mettere qualche bugia, altrimenti stai semplicemente facendo cronaca e… non è carino! La bugia come espediente narrativo in un’opera, può essere potentissima. Poi è chiaro che tutto ciò che arriva quasi sempre è la verità, perché il filtro del cuore di un ascoltatore si attiva così, tranne in rarissimi casi. Se qualcosa lo vivi e resta dentro di te e dopo ci scrivi una canzone, rimane qualcosa di potente. Fulminacci per esempio è molto bravo in questo. 

Mi capita a volte di vedere persone e di immaginarmi le loro storie, se quella persona in tram studia alla Bocconi e torna a casa con una moglie che lo aspetta, se ha un cane oppure no ecc. E alla fine arrivi a scrivere un pezzo sul cane che è uguale al padrone…». 

Ma, senti, questa Irene, c’è o non c’è? E se c’è, chi è?

«Esiste, ma non si chiama Irene. Per altri motivi ho scelto un nome diverso, ma c’è un discorso di fondo: non devi mai scrivere il nome di una persona vera perché il privato poi rischia di fare l’“effetto boomerang” e ritorcersi contro. Anche in Albachiara, lei mica si chiamava così, magari c’era Alba o Chiara o magari erano due sorelle!». 

In “Fuori dall’Hype” canti così: “sulla mia tomba scrivete: belli i primi o poi hai venduto”.

«Lì, in realtà, ho anticipato le critiche! Quella è stata una sorta di previsione. In musica, quando vieni da un ambiente indipendente, se il disco è fatto bene (ci abbiamo messo mesi a registrare in modo preciso “Fuori Dall’Hype”) tanta gente non te lo perdona perché deve suonare marcio, deve suonare male. Nei dischi precedenti non avevo questa grande dizione, già – come potete sentire – ho il problema della “s” e mi mangio le parole. Nei primi manco si capisce cosa dico in alcune parti. In “Irene” dico “te li rechialerò” invece che “te li regalerò”. Quando poi arrivano altre consapevolezze, magari la gente dice “così non mi piace, è fatto troppo bene”. È una cosa un po’ strana a pensarci».

Quale pensi sia la vostra canzone più sovravvalutata e quella più sottovalutata?

«Allora, la più sopravvalutata? Non saprei. Ti dirò una cosa: una parte sopravvalutata delle mie canzoni sta in una che nessuno di voi conosce. Si chiama “Fantabosco in fiamme” ed è il primo pezzo prodotto dai Pinguini; paradossalmente dalle nostre parti viene etichettato come quello che ci ha fatto conoscere. Ma è un pezzo registrato male, brutto, che ho scritto a 16 anni. 

Nessun pezzo poi è sottovalutato, è la gente che poi decide… ce n’è uno che secondo me non è stato pienamente capito in termini di significato. Penso sia perché non l’ho scritto benissimo. Si chiama “Pula”: il mio punto di vista era che il mondo occidentale cerca sempre risposte in quello orientale o africano, in una sorta di fascino per l’esotico, per filosofie lontane da noi. Ai tempi pensai che sarebbe stato bello se per una volta qualche orientale avesse detto “cavolo, mi serve un commercialista!” come diremmo noi in occidente. 

La canzone parla di una tribù africana che per mangiare ha estremo bisogno della pioggia. Purtroppo però non piove mai e gli abitanti cercano di fare riti propizi o di “acchiappare le nuvole”. A un certo punto uno sceneggiatore di una troupe americana che sta girando un film lì vicino si reca dallo sciamano della tribù dicendogli che il trucco è semplice, basta dire “non potrebbe andare peggio di così”. Nessuno l’ha capito molto».

Forse perché non hanno visto Frankestein Junior…

«Forse sì, purtroppo! (ride ndr)».

“Irene questa sera la faccia te la strapperei via”: assomiglia tanto a qualche orrenda situazione in cui gli uomini deturpano le donne con acidi o malmenazioni. Avete ricevuto critiche?

«Non particolarmente, in realtà è una metafora. Non siamo stati molto criticati. È capitato che delle associazioni universitarie di gender studies (addirittura una scozzese) ci abbiano chiesto spiegazioni. Ma era soltanto una figura retorica». 

Non ti piace la verdura o è un modo di dire?
«Non mento su questo, non mi piace proprio! Nel periodo in cui ho scritto “Verdura”, mi veniva sempre ripetuta come un mantra una frase dallo staff: “la verdura fa bene!”. Però comunque non ce la facevo. Poi, col tempo, peperoni, zucchine e carote ho cominciato a mangiarlo… lahh, la triade dell’amore! Adesso “Verdura” è la nostra canzone è più ascoltata su Spotify, quindi devo ringraziarla in qualche modo».

“I miei amici li contavo come Capitan Uncino sulle dita di una mano”, ma quindi quanti sono? A quale mano ti riferisci?

«Intendevo quella con l’uncino, ma è un ottimo modo di vederla! Vedi che nelle canzoni ci sono tanti livelli di lettura… questo è molto bello perché dipende dal contesto che stai vivendo quando scrivi. 

In “Sciare” per esempio dico che da bambino non ero bravo, ma ci credevo anche se continuavo a cadere. Facevo schifo ma volevo rendere orgogliosi i miei che erano veramente bravi e professionali. A un certo punto dico “tu mi piaci come mi piaceva sciare quando ero ragazzino”, “mi piaci da morire anche se non sono bravo perché tu non mi vuoi” e via dicendo, però io credo in questa relazione e anche se cado, vado avanti. Il succo è che gli altri mi dicevano che il mare è pieno di pesci e io gli rispondevo “sì, ma al mare non si scia”. Il senso è che al mare, si scia, perché c’è lo sci d’acqua! Però l’hanno colta solo in pochi, che mi hanno detto “cavolo, ma è vero al mare si scia!!”. È sempre bello il punto di vista di chi ascolta. A seconda delle persone ci sono interpretazioni diverse». 

 

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