Intervista a Pietro Bartolo, medico di Lampedusa

di Edoardo Anziano

«Per me è un onore, però capisci bene che io sono un dottore, una persona normale che ha fatto il suo dovere, non ha fatto niente di particolare». Ci accoglie con queste parole Pietro Bartolo, commentando la decisione della fondazione “Il Cuore si scioglie” di inserirlo fra i #SuperHuman, persone che hanno cambiato la storia con le loro azioni. Insieme a lui, Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Greta Thunberg, Liliana Segre, Falcone e Borsellino. «Sicuramente sono a un altro livello, stiamo parlando di giganti dei diritti umani! È vero – prosegue – ho fatto grandi sacrifici, però ritengo di non aver fatto niente di speciale»

Bartolo si è occupato per trent’anni di visitare i migranti che sbarcavano a Lampedusa, in qualità di responsabile del poliambulatorio dell’isola. Fino al 2019, quando è stato eletto europarlamentare. Lo abbiamo incontrato a margine dell’inaugurazione del suo murales a Palazzo Strozzi, nell’ambito della campagna “Il momento è adesso” promossa da “Il Cuore si scioglie” onlus. «Spesso quando mi sento dire ‘Voi a Lampedusa siete degli eroi, lei dottore è un eroe’ – continua a ripetere con una sincerità disarmante – non mi piace per nulla. Pensare che aiutare una persona che ti chiede aiuto sia un atto eroico, ti fa capire che siamo una società che ormai ha perso l’orientamento». È così Pietro Bartolo, senza maschere, senza filtri. Animato da una passione incrollabile, che traspare da ogni parola che pronuncia. Gli abbiamo chiesto di raccontarci del lavoro che, dal 1992, ha portato avanti nell’isola frontiera d’Europa. 

 

Come guarda a questi trent’anni trascorsi in prima linea nell’accoglienza dei migranti?

«Penso di fare cose normali. Certo, ci sono stati momenti di grandi sacrifici in questi trent’anni in cui mi sono occupato delle persone a Lampedusa. Non mi piace chiamarli in altro modo: tutti quelli che parlano del fenomeno delle migrazioni, anche in televisione, usano i termini migranti, clandestini… addirittura li chiamano “flussi”, ma sono delle persone! Persone uguali a noi, che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato. Posto sbagliato che però abbiamo creato noi: siamo andati in Africa, abbiamo tolto loro tutto, li abbiamo derubati, costretti, oggi, ad andare via. E pensare che l’Africa è il continente più ricco del mondo, ma dove vivono le persone più povere del mondo. Noi europei siamo ricchi perché abbiamo tolto a loro. E oggi loro vengono umilmente a chiederci aiuto, e noi li rifiutiamo, facciamo accordi con la Libia per trattenere i migranti là, li facciamo restare in mare per giorni e giorni. È una cosa disumana, vergognosa, che non appartiene alla nostra cultura, italiana ma soprattutto europea».

 

Che ruolo devono avere l’Italia e l’Europa nell’affrontare la questione migratoria? 

«La nostra Costituzione, la nostra democrazia, sono cose straordinarie. E su questi stessi straordinari principi si fonda l’Europa. Però sia l’Italia che l’Europa sono un po’ assenti sulle tematiche migratorie, mentre dovrebbero giocare un ruolo importantissimo. L’Europa dovrebbe dimostrare di essere un continente di grande democrazia. Questo si può fare semplicemente mettendo al centro l’uomo, la persona. Certo, ci sono i rapporti commerciali, ma prima di tutto vengono i diritti umani. Che sono sono inalienabili. Spesso a queste persone non abbiamo garantito il diritto di vivere, li abbiamo fatti morire nel Mediterraneo, raccontando che erano venuti a invaderci, a toglierci il lavoro, a disturbarci. Ma siamo stati noi per primi a essere andati a disturbare loro. Dobbiamo capire che insieme si può stare, il mondo appartiene a tutti, e tutti abbiamo il diritto di vivere una vita dignitosa. Tutti».

 

Cosa è possibile fare per contrastare l’indifferenza e la paura del diverso? 

«Il fenomeno delle migrazioni è sempre esistito, nasce con l’uomo. Le persone si muovono dove si può vivere meglio, e allora perché non dargliene la possibilità? Perché noi possiamo farlo e loro no? Chi adesso emigra non ci ha mai impedito di andare da loro, non ha mai messo un muro, ci hanno accettato. E adesso non possono andare da nessuna parte. Per un mondo giusto, più umano, la nostra società – italiana ed europea – deve dare un esempio. Perché l’Europa è una grande democrazia, contrariamente ad altri stati che si vogliono spartire il mondo. Paesi in cui la democrazia è qualcosa di astratto. 

 

Crede che ci sia indifferenza, soprattutto fra i giovani, riguardo la questione migratoria?

«Purtroppo sì. Perché ne è stata fatta una narrazione sbagliata, distorta. Nell’ultimo periodo, sono state raccontate tutte bugie sull’immigrazione, e le posso smentire una per una. A cominciare dalla presunta invasione: parliamo di numeri ridicoli, non ci rendiamo conto di qual è la vera migrazione, quella all’interno dei paesi africani, dove si spostano milioni di persone. In aggiunta a questo, è stata fatta una politica sbagliata: portando queste persone solo in alcuni centri, si amplifica la percezione dell’invasione. Su 8000 comuni in Italia, solo 2000 accolgono. Poi c’è la storia che queste persone portano le malattie. La prova vivente che non è vero sono io, che sono il primo a toccarli. Ne ho toccati 350.000 in questi 30 anni, li ho abbracciati, li ho curati… non ho mai preso una malattia». 

 

Con quale prospettiva guarda al futuro?

«Ci hanno portato a odiare, ad avere paura di queste persone. Invece di dare risposte ai problemi veri, come l’emigrazione dei nostri giovani. Era più facile trovare il capro espiatorio e l’hanno trovato nei migranti. Ma loro sono una ricchezza. Spero che tutto questo possa cambiare, dobbiamo tornare a essere la grande Italia, quella che ha fatto onore all’umanità intera per l’accoglienza, come ha detto qualche anno fa Juncker».

 

Quali sono le difficoltà più grandi nell’occuparsi della prima assistenza sanitaria ai migranti?

«Ne abbiamo avute tante. Soprattutto nel 2011 quando, con le primavere arabe, in due giorni sono arrivate più di 8000 persone. Il personale era poco, ma tutta Lampedusa se l’è cavata, ha fatto qualcosa di straordinario. Invece, il 3 ottobre 2013, davanti al porto di Lampedusa, sono morte 368 persone. Mi ha fatto tanto male, c’erano bambini, donne. Hanno perso la vita per cercare un po’ di serenità. Capisci? Un po’ di serenità. Ho dovuto fare tutte le ispezioni cadaveriche. Sono cose che odio, ma è giusto farle, perché attraverso le ispezioni cadaveriche dai a queste persone un’identità, una dignità. Non sono più semplici numeri. Fare le ispezioni cadaveriche sui bambini, in particolare, è stato terribile, però le ho fatte, anche quando i corpi erano in avanzato stato di decomposizione, perché era giusto farle. Perché queste persone devono avere una dignità, anche se sono rimaste solo le ossa. Perché sono state persone, uguali a noi».

 

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