Isole di plastica

dall’Oceano al Mediterraneo

 

Molti sono a conoscenza dell’Isola di Plastica nel Pacifico, ma pochi sanno che vi è un fenomeno simile anche nel Mediterraneo.

Anche il ‘Mare Nostrum’ ha una sua Isola di Plastica che, rispetto a quella presente nel Pacifico, ha una concentrazione di materie plastiche molto più alta della sua gemella nel pacifico. 

 

Pacific Plastic Vortex

È ormai noto il Pacific Plastic Vortex, il grande vortice dell’oceano Pacifico la cui estensione ha raggiunto delle dimensioni che oscillano tra i 700.000 km2 e i 10 milioni di km2. Parliamo di un’area che va dalla estensione della Penisola Iberica (Spagna e Portogallo) alla superficie degli Stati Uniti d’America. Una stima approssimativa della marina degli Stati Uniti ha calcolato una presenza di detriti che può arrivare a circa 100 milioni di tonnellate.

 

La nostra Isola di plastica

L’Isola di Plastica del Mediterraneo, invece, è meno conosciuta ed è situata nello spazio marino tra Italia, Spagna e Francia. L’Italia, in quanto penisola, è un paese molto esposto a questo problema di dispersione in mare degli scarti non biodegradabili. Un’altra piccola ‘isola’, soggetta a frequenti spostamenti provocati dalle correnti, si trova infine fra l’Elba e la Corsica.Si calcola che in una sola ora nell’arcipelago toscano siano stati raccolti 4 chili di rifiuti, il 73% dei quali in materiale plastico. Sono questi alcuni dati del rapporto “L’impatto della plastica e dei sacchetti sull’ambiente marino” realizzato da Arpa Toscana e dalla struttura oceanografica Daphne di Arpa Emilia Romagna su richiesta di Legambiente. La plastica è considerata il principale rifiuto rinvenuto in mare poiché costituisce dal 60% all’80% del totale dell’immondizia travata nelle acque. Un dato che, in alcune aree, raggiunge persino il 90-95% del totale. Percentuali che sono ai massimi livelli nei mari italiani. Sempre in Toscana è stato lanciato un progetto pilota, al quale si sta ora ispirando anche l’Unione Europea, che coinvolge direttamente i pescatori nella raccolta del materiale che resta impigliato nelle reti. Rifiuti, quasi sempre in plastica, che fino a poco tempo fa venivano ributtati in mare e che adesso invece vengono portati in porto e avviati a smaltimento.

 

Come si forma?

La formazione delle “isole di plastica” è dovuta alle correnti marine che aggregano questa spazzatura. Rispolverando qualche nozione di chimica, sappiamo che i materiali plastici non si biodegradano come le altre sostanze di natura organica, ma prima si fotodegradano, dividendosi in parti sempre più piccole senza però che le molecole si scompongano. Questo fa sì che i rifiuti finiscano quasi per sciogliersi, formando un alone che continua a galleggiare. 

Una lentissima degradazione, a opera principalmente della luce del Sole, scompone i frammenti plastici in sottili filamenti caratteristici delle catene di polimeri. Questi residui non sono metabolizzabili dagli organismi e finiscono per formare vere e proprie isole di plastica colorata e salata dell’oceano e del Mediterraneo. 

La responsabilità va in buona parte al packaging non riciclabile. In Europa scatole e involucri contribuiscono al 40% della produzione di questo materiale e a più del 10% dei rifiuti. Il 92% della plastica trovata in mare è composta da frammenti di meno di 5 millimetri.

 

Parliamo delle conseguenze

Per quanto riguarda le conseguenze per l’ambiente gli effetti non sono stati ancora studiati in materia approfondita. Sicuramente le isole di plastica non hanno un’incidenza positiva sull’ambiente. Si pensi alle alte concentrazioni di PCB (molto tossici e probabilmente cancerogeni) che possono entrare nella catena alimentare. I filamenti plastici sono difficilmente distinguibili dal plancton, quindi sono ingeriti da organismi marini, organismi di cui noi ci cibiamo. Più in generale la cosa preoccupante è la presenza di rifiuti pervasivi e tossici in un ecosistema marina che è alla base della catena alimentare. In Spagna è nata un’azienda – la Ecoalf – che raccoglie sacchetti e bottiglie finiti nelle reti dei pescatori e li ricicla producendo vestiti. Più pericolose sono le sostanze che alla plastica vengono combinate durante i processi industriali, per fornirle le caratteristiche volute. Alcune di queste sostante potrebbero agire come pseudo-ormoni, creando scompensi nel sistema endocrino. 

 

Come ridurre l’impatto ambientale?

La domanda che a questo punto dobbiamo porci è: come ridurre l’impatto ambientale? La raccolta differenziata aiuta sicuramente, ma la strada è ancora lunga e lungi dall’essere risolutiva. Come tutti sanno non tutta la plastica è riciclabile e soprattutto parlare di plastica è una generalizzazione che comprende migliaia di polimeri completamente diversi fra loro e assolutamente non compatibili. In pratica per avere un riciclo che funzioni, andrebbero raccolte le varie plastiche in modo distintivo e separato. 

Oggi l’unico modo per ridurre l’impatto che questo ambiente ha sul nostro ecosistema è limitarne l’uso. Riutilizzare, dove è possibile, i contenitori e affidarsi a materiali alternativi.

 

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