Tempi di pace, venti di guerra

L’impegno di Emergency a fianco dei più deboli

Verso che direzione sta andando il mondo? Quanto siamo consapevoli di quello che sta accadendo intorno a noi? Conflitti, migranti che fuggono e ostaggi del mare, diritti acquisiti messi ogni giorno in discussione. In altri contesti, Primo Levi scriveva che «comprendere è impossibile ma conoscere è necessario». E, forse, il nostro impegno come cittadini inizia proprio da qui.

Stime ufficiali riportate dall’Institute for Economic and Peace sull’annuale “Global Peace Index 2018” raccontano un futuro incerto di difficile comprensione. Per il quarto anno consecutivo il livello medio di pace globale è diminuito dello 0,27% rispetto al 2017 e del 2,38% dal 2008. Migliorano 72 paesi a fronte dei 92 che deteriorano. Nell’ultimo decennio sono peggiorati i conflitti in corso del 5,9%. Sicurezza e protezione si deteriorano del 2,9% mentre la militarizzazione è migliorata di 3,2 punti percentuali.

Per una mappatura più chiara dei conflitti, le regioni meno pacifiche rimangono Medio Oriente, Nord Africa e America Latina. In Europa, la regione più pacifica al momento, cala la serenità dei cittadini. Per il terzo anno consecutivo l’aumento dell’instabilità politica, dell’impatto terroristico e delle percezioni di criminalità complicano la situazione. È il caso della Spagna e delle accresciute tensioni politiche per il referendum sull’indipendenza della Catalogna o dell’Ungheria dopo l’elezione in aprile del primo ministro Viktor Orban.

Novembre scorso segnava i 100 anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale. Dal 1918 sono cambiate tante cose. La democrazia si è diffusa, le relazioni diplomatiche sono aumentate del 600%, le spese militari e le armi nucleari sono diminuite. Nonostante ciò la violenza persiste e si continua a combattere. Guerre che dall’esterno si sono spostate sul fronte interno. Dove non si attacca il soldato nemico ma si radono al suolo città. Conflitti per il potere, per il denaro e religiosi. Spesso tanti vengono dimenticati. E se di guerra le persone muoiono, scappano, si ammalano, come possiamo non chiederci: verso che direzione sta andando il mondo?

C’è chi da venticinque anni lavora perché la risposta sia ogni giorno «verso una direzione migliore». Era il 1994 quando l’organizzazione non governativa Emergency operava col suo primo progetto in Ruanda. L’associazione umanitaria fondata da Gino Strada per soccorrere le vittime civili della guerra, delle mine antiuomo e della povertà. Da sempre promotrice di una cultura di pace, solidarietà e rispetto dei diritti umani. Da allora Emergency è intervenuta in 18 Paesi costruendo ospedali, centri sanitari e poliambulatori e offrendo cure gratuite a oltre 9 milioni di persone. In questi anni non ha mai dimenticato i suoi principi basati sul “diritto alla cura”, credendo in una sanità eguale e di qualità per tutti i cittadini del mondo.

Oggi Emergency agisce in Afghanistan, Iraq, Sudan, Repubblica Centrafricana, Uganda, Sierra Leone e Italia. Sempre sul campo, pronta a ogni intervento grazie ai volontari che crescono in numero ed evolvendosi con servizi eccellenti.

Ma vivere la guerra è terribile. Costretti ad andare avanti nella costante incertezza che la situazione riserva. Dal rumore delle bombe alla tregua irreale. Questa è la normalità. Ma quando ti arrivano alcune telefonate, capisci che non può essere la normalità. È successo a Matteo è Medical Coordinator di Emergency a Lashkar-gah, a metà gennaio. Una telefonata da Salim che si trova a Sangin nel sud dell’Afghanista lo avvisa che un drone ha ucciso sei persone e tre feriti gravi necessitano di cure. Due giorni prima bambini in ospedale di 9, 6, 4 e 3 anni. Il giorno seguente dieci uccisi, due ragazzi feriti di 25 e 27 anni. Nelle ultime ore una famiglia perde un figlio arrivato morto in ospedale.

Succede questo sotto i bombardamenti. Le statistiche dicono che un terzo dei conflitti armati è una guerra civile con potenze internazionali coinvolte. Oggi il 90% delle vittime è dato da civili. Nei conflitti di inizio Novecento erano una ogni dieci. E nelle guerre contemporanee ogni tre vittime una è un bambino.

«Dovessi fare un paragone tra 19 anni fa quando ho iniziato a fare la volontaria a Emergency e oggi, la situazione è sicuramente peggiorata – ha commentato Rossella Miccio, presidente della ONG dal 2017, durante la nostra intervista a fine gennaio – Sono rientrata settimana scorsa dall’Afghanistan, un paese di cui non si parla più se non quando succede un attentato che coinvolge nostri connazionali. Però nessuno sa che continuiamo a mantenere dei militari in Afghanistan e che si combatte quotidianamente. Lo scorso anno gli Usa hanno lanciato più bombe in Afghanistan di quante non ne abbiano lanciate dal 2010. Abbiamo registrato un aumento del 15% dei feriti di guerra e secondo l’Onu nel 2018 il conflitto è stato uno dei più sanguinosi. Più della Siria e dello Yemen. Il problema è che ci stiamo sempre più chiudendo verso i nostri mondi e ciò è anacronistico. Viviamo nell’era del digitale, parliamo da una parte all’altra del mondo ma quando si tratta di affrontare problemi veri sulla quotidianità di esseri umani lontani o vicini da noi, facciamo finta che non esistano. Considero il fatto di lavorare per Emergency un grande privilegio e un impegno non indifferente – ha continuato Rossella Miccio – Non vuol dire semplicemente avere un posto di lavoro ma condividere un progetto, forse un’utopia. Quella di considerarci tutti uguali in dignità e diritti, e quindi di realizzarla anche in luoghi dove tutto è messo in discussione. Dove la guerra, la povertà e gli interessi economici sottolineano sempre più le disuguaglianze. E se parliamo di cure, di salute e sanità, la disuguaglianza può voler dire avere il diritto alla vita o alla morte. È una responsabilità che abbiamo e sentiamo tutti. Emergency ci permette di entrare in contatto con tantissime persone in tutto il mondo. Conoscere le loro storie e la guerra quotidiana avendo la possibilità di contribuire nel nostro piccolo di migliorare la loro vita. Garantire un pezzettino di dignità e di diritto alle cure, con passione e competenze specialistiche. Spero in una ritrovata voglia di conoscere, approfondire e assumersi un po’ di responsabilità in più verso i destini del mondo».

Se le cause delle guerre sono difficili da comprendere, le drammatiche conseguenze sono verificabili ogni giorno. Tra i fortunati che riescono a salvarsi, negli anni la maggior parte scappa disperatamente dal proprio paese che non lascia futuro. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) registra livelli di migrazione senza precedenti. Sarebbero 68,5 milioni le persone costrette a fuggire dal loro paese come risultato di conflitti, persecuzione e violenze. Una persona tra rifugiati, richiedenti asilo, sfollati interni e apolidi, ogni due secondi è costretta a partire.

E allora quanti sono i migranti che arrivano in Italia? Secondo il Dipartimento della Pubblica sicurezza del Ministero dell’Interno nel 2017 sono sbarcate 119.369 persone, nel 2018 erano 23.370, a fine gennaio 2019 erano circa 160. Molti altri invece hanno perso la vita in mare. E chi arriva spesso ha bisogno di aiuto. Per questo Emergency dal 2006 lavora costantemente in Italia. Palermo, Marghera, Polistena, Castel Volturno, Ponticelli, Sassari hanno, oggi, ambulatori per l’assistenza di migranti e persone disagiate.

È dall’assistenza quotidiana di queste persone, vulnerabili, che nasce in Emergency l’idea di un progetto editoriale di denuncia dedicato ai braccianti. Esattamente nel 2011 durante il periodo degli sbarchi dal Nord Africa a seguito della “primavera araba”. Emergency, già attiva in Italia, decide di dare un contributo in aree difficili, in piena crisi economica, dove i diritti erano violati da criminali e la “nuova forza lavoro” appena arrivata sulle nostre coste era facilmente sfruttabile. Scenari di sfruttamento, schiavitù, condizioni igienicosanitarie pessime. Da qui la necessità di raccontare dando voce agli ultimi, spesso sopraffatti da facili strumentalizzazioni.

Viene lanciato così a dicembre 2018 “Dove l’erba trema: vite invisibili nelle campagne d’Italia”. Un racconto diviso in tre capitoli a fumetti, scaricabili online dal sito di Emergency. Il primo ambientato a Castel Volturno dal titolo “Sul margine di primavera” è illustrato da Gianluca Costantini. Il secondo capitolo dedicato alle storie dei migranti sfruttati in Puglia. Si intitola “La bella stagione” ed è illustrato da Simona Binni. L’ultimo “La terra senza terra” è illustrato da Mattia Surroz e ambientato nella Piana di Gioia Tauro.

«Non mi sarei aspettata che nell’Italia del 2019 possa esistere ancora la schiavitù – ha raccontato la presidente di Emergency -. Vietata per legge e aberrata, è presente e tollerata in molti territori del nostro paese. Esistono discriminazioni pesanti e di sfruttamento. Era doveroso raccontare queste storie, attraverso uno strumento nuovo che è quello della graphic novel. Volevamo usare un linguaggio contemporaneo per raggiungere i pubblici più giovani, farli prendere consapevolezza della realtà che ci circonda e capire come migliorarla. Allo stesso tempo, però, dandogli dei contenuti reali. Perché altro problema è che l’oggettività delle cose viene messa in discussione nell’epoca delle fake news. In questi luoghi di ineguaglianze e sfruttamento, la “cura” intesa come insieme di azioni che garantisce uno stato di benessere della persona può diventare un momento di presa di coscienza di tutti. La speranza che una società inclusiva può esistere. Dobbiamo fare breccia in questo muro di ignoranza, indifferenza, chiusura e di egoismo. Ciascuno di noi può fare la differenza immedesimandosi nell’altro. Perché nel momento in cui neghiamo dei diritti a chi ci sta intorno, li neghiamo anche a noi».

Il secondo capitolo di “Dove l’erba trema” è ambientato nell’area di Capitanata in Puglia. Qui Emergency fino al 2015 ha operato nei “ghetti” dove i braccianti vivono. In condizioni igienico-sanitarie indicibili, senza residenza formale, emarginati in luoghi nascosti. Tanti continuano a ripetere «Ho i miei documenti» riferendosi al permesso di soggiorno. Questo, solo se collegato alla dichiarazione di residenza, ti fa accedere al Sistema Sanitario Nazionale. Avere i documenti significa avere la speranza, un’ancora e il certificato che esisti. Emergency aiuta i migranti e braccianti in questo percorso, offrendo loro assistenza e cure al ritorno dai campi. Piegati, sotto il sole a raccogliere pomodori. Tre euro per 375 kilogrammi di pomodori raccolti. Questa è la paga media. In un sistema di sfruttamento e caporalato al quale si deve pagare tutto. Cibo, acqua, trasporti.

Simona Binni in “La bella stagione” ha raccontato queste storie di migranti nel paesaggio pugliese, meraviglioso e sospeso nel tempo. Ma nascoste, in silenzio, ci sono persone che lottano per sopravvivere, senza diritti. E ciò riguarda tutti noi.

«Credo che ogni tanto uscire dal proprio interesse personale e mettere a disposizione ciò che si sa fare per una causa più giusta dia un senso maggiore a quello che facciamo – ha spiegato Simona Binni al telefono – Tante cose non le sappiamo dai telegiornali. Dobbiamo vedere e conoscere. Perciò ho lavorato a livello di testi su fatti reali di lavori massacranti, schiavitù e caporalato. Poi ho lavorato a livello visivo. I Ghetti, vere e proprie baraccopoli, ho dovuto trasformarli in disegno, cercando di mantenere un realismo forte per dare la sensazione al lettore di starci dentro. Farti sentire sulla pelle quel disastro che loro davvero vivono. La mancanza di servizi, il degrado. L’emozioni forti che ti franano addosso devi essere capace di raccontarle e di lasciarla a qualcun altro. Tutto ciò ti cambia prospettiva.

Oggi la comunicazione è tutto – ha proseguito la fumettista – Viviamo un momento storico delicato. C’è paura e disagio per quello che arriva da fuori e non si conosce. Se viene alimentata e strumentalizzata è chiaro che è una bomba pronta ad esplodere. Credo che la paura non vada condannata di per sé. Tanti atteggiamenti di chiusura non potranno mai cambiare. Ma il pregiudizio sì che può cambiare con la cultura e la conoscenza. Dobbiamo accogliere il problema della paura. Basare la nostra vita su regole di vita comune che devono essere rispettate da tutti e poi raccontare il disagio di chi arriva in cerca di aiuto. Non attraverso la pena. Perché queste sono persone, come noi. Con la sua cultura, la sua dignità, la sua storia. Persone con un bagaglio che hanno perso tutte le certezze. E probabilmente sono uomini e donne che nel momento in cui si trasferiscono da un’altra parte possono arricchirci. Allora dobbiamo essere bravi a raccontarle queste persone. A restituire loro un nome e una dignità. E a farle sentire al nostro pari. Finché continueremo a vedere chi sbarca come i disperati che arrivano dal mare, faranno solo paura. Perché a tutti fa paura la disperazione. Invece, dobbiamo parlare di popoli che si spostano e che ci contaminano in maniera positiva. Cerchiamo di capire quanto possono rivelarsi un valore aggiunto se trattati da persone e non da bestie. E parliamo di quanto noi sfruttiamo questa situazione, riducendoli in schiavitù, togliendoli tutto. Anche la dignità. Se siamo bravi a spiegare che non esiste il bene assoluto e il male assoluto ma che possiamo venirci incontro ed essere inclusivi, allora così si crea il dialogo. E la comunicazione funziona».

di Enrico Tongiani

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