di Enrico Tongiani

Quanto è affascinante e coinvolgente andare al cinema. Me lo ripeto ogni volta che metto piede in sala con i popcorn maxi e il mio bicchiere di Cola. Ovviamente, maxi pure quella. Sedersi e lasciarsi trascinare dalle luci, dai suoni e dalle scene sorprendenti. Ed ogni volta mi sono chiesto: ma quanto lavoro ci deve essere dietro un film? Soprattutto nei film con scene surreali, nei film d’animazione o fantasy. Lì la parte tecnica diventa fondamentale. Dal giugno 2014 William Petruccelli lavora a Vancouver, Canada, esattamente alla Sony. Ha lavorato alla produzione di film come “The Angry Birds Movie 2”, “The Mitchells vs. the Machines”, “The Emoji Movie”, “Storks”, “Ghostbusters”, “Hotel Transylvania 2” e “Spider-Man: Into the Spider-Verse” che ha vinto nel 2019 Oscar e Golden Globe per il miglio film d’animazione. Adesso lavora ad un’altra pellicola. Gli ultimi mesi di produzione sono i più intensi. Riunioni su riunioni e continue modifiche prima del lancio. Incastrare un’intervista sulla linea Firenze-Vancouver non è semplice, ma ci riusciamo.

 

Ciao William, questa chiacchierata ti costerà una pausa pranzo in meno!

«Non preoccuparti (ride ndr). Siamo all’ultimo mese di produzione di “Men in Black – International” che uscirà quest’ estate. Siamo super impegnati. Scusami se ho continuato a cambiare l’ora dell’intervista».

 

Nessun problema. E poi da vincitore di Oscar e Golden Globe è giusto farsi desiderare un po’. A proposito è la prima volta che vinci dei premi così importanti?

«Sì è stata la prima volta. Il primo Happy Feet vinse l’Oscar ma io evidentemente arrivai tardi e lavorai al secondo (ride ndr). È bello far parte di un team che ce l’ha messa tutta per ottenere i traguardi più grandi».

 

Ho letto che sei Senior Character Technical Director alla Sony Pictures Imageworks. Ci spieghi esattamente di cosa ti occupi?

«Ci provo. Tecnicamente sono specializzato nel “character rigging”. In pratica all’interno di uno studio di animazione ciascuno è specializzato su una parte del film. C’è il team che lavora sugli asset, e quindi sui modelli, come i personaggi oppure i props della scena, come una bici o un coltello. E poi c’è un team che lavora alla produzione, ad esempio gli animatori o i lighter che illuminano la scena. Io sto tra i modellatori e gli animatori. Il mio lavoro consiste nel prendere un modello in 3D che non si muove e fare in modo che possa essere animato dagli animatori. Acquisito il modello, metto dentro le ossa, i muscoli, attacco il modello allo scheletro e aggiungo i controlli che consentono all’animazione di muovere il personaggio. A volte capita che si formino dei loop: il team animazione può richiedermi delle modifiche e quindi il personaggio torna indietro in rigging per aggiungere controlli».

 

Come si arriva dall’idea al lancio di un film d’animazione?

«Nei primi mesi c’è la pre-produzione. Viene deciso il design del personaggio, rifinita la storia e si cerca il look del film. In questo periodo al dipartimento di rigging siamo tranquilli. Successivamente c’è la fase di produzione. Qui lavoriamo full time in parallelo all’animazione. Gli ultimi mesi sono i più impegnativi per i team in fondo alla catena. Molte cose vengono decise all’ultimo per contenere anche il budget. Perciò in questo periodo animazione, illuminazione, compositi, editing, soprattutto nei film di visual effects, lavorano sette giorni su sette anche dodici ore al giorno».

 

Hai lavorato a molti film di successo. Quale ti sei divertito di più a produrre?

«Ti dico “Storks I”. Sia la storia che la parte tecnica sono belle. Purtroppo è stato sottovalutato. Forse non c’è stato un buon marketing e non è stato venduto bene il film. Però l’animazione è fatta veramente bene. E poi ti dico anche “Spider-man: un nuovo universo”».

 

In quest’ultimo a quali personaggi hai lavorato?

«Mi sono occupato di Doc Ock, Prowler e Spidernoir».

 

Fortissimo!

«E non dovevo nemmeno essere nel team, pensa te. Quando uscirono le prime immagini sui primi look di “Spider-man” tutti erano eccitati. Era effettivamente figo. All’inizio lo studio mi mise a lavorare su “Hotel Transylvania 3”. Poi mi chiesero la preferenza e ho domandai di essere spostato su “Spider-man”. Così sono finito nel team. Diciamo che ho scommesso bene, sono stato fortunato!».

 

Cosa ha funzionato del film per fargli vincere i due prestigiosi premi?

«Credo sia dovuto a diversi fattori. La storia è scritta molto bene, ma soprattutto il look del film è completamente differente da ciò che si è visto fino ad oggi. È qualcosa di nuovo, originale. Visivamente e tecnicamente ben fatto».

 

E in generale cosa c’è dietro il successo di una pellicola?

«Sicuramente tanto lavoro. Se, ad esempio, il film non è bello ma c’è un buon marketing, allora la gente va a vederlo, anche se poi non lo consiglia ad altri oppure non compra il dvd. Perciò marketing accurato e un prodotto che deve rispettare le aspettative della gente».

 

Parlando della tua carriera, dopo aver girato tante aziende sei approdato alla Sony. Hai realizzato un sogno?

«In un certo senso sì. Desideravo arrivare in uno studio internazionale, specialmente quando ho iniziato l’università di Disegno Industriale a Calenzano. Negli anni di università nonostante ci fossero diversi esami, come web design o comunicazione visiva, ero molto più concentrato sul 3D. Ho studiato molto da autodidatta e ho cecato di aggiungere il tridimensionale a tutti i design che realizzavo. Ho dovuto anche muovermi molto. Purtroppo sono stato quasi obbligato visto che a Firenze non ci sono studi, a Roma forse uno. In America ci sono alcune città dove si concentrano molti studi di produzione. Adesso sono felice di essere dove sono».  

 

Dai primi incarichi romani come stagista fino al Canada, te lo aspettavi?

«No ma l’importante è avere chiaro l’obiettivo. Ti racconto questa. L’ultima volta che sono tornato in Italia, due anni fa, ho dato una ripulita a camera mia. Ho ritrovato un oggetto particolare. Ai tempi dell’università, quando studiavo 3D, mi stampavo i report che le aziende rilasciano e spiegano come è andata la produzione del film, le difficoltà della parte tecnica e gli obiettivi raggiunti. Li leggevo per imparare. Li sfogliavo e sognavo un giorno di poter essere anche io parte di quei progetti. L’oggetto che ho ritrovato è uno di questi libri. Si chiama “Surf’s Up – I re delle onde” prodotto qui in Sony, dove, a distanza di dieci anni dal cartone animato, lavoro».

 

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