C’erano Beverly Hills o i Prodigy, i bravi ragazzi o gli alternativi, eredi rispettivamente dei paninari e dei metallari. Gli anni Novanta erano, in fondo, così semplici… E anche se ho sempre faticato molto a incasellarmi in una categoria (forse perché in casa mia la Tv era ammessa solo col contagocce) quella dicotomia restava rassicurante. Mentre gli adulti già cominciavano ad avere problemi con i vecchi dogmi politici e con le divisioni del mondo in rosso e nero, noi teenagers avevamo le nostre certezze granitiche. Siamo cresciuti così, circondati da chi comprava “Cioè” e da chi cercava l’ultimo Lp di musica underground. Con le camerette divise fra facce di bravi e pessimi ragazzi.
Poi siamo diventati grandi, ci siamo dimenticati di quegli anni così semplici, in cui il futuro sembrava poter solo essere migliore. E ci siamo trovati qui, in un mondo sempre più ingarbugliato, pieno di sfumature e punti di vista. Qui vivono i teenagers di oggi, potendo e dovendo scegliere fra mille opzioni diverse, in una società fluida che dà spazio a tutto e al contrario di tutto, dove ogni cosa va prima scelta e poi conquistata. Non è un male, a patto di non perdersi.
Ma quando il 4 marzo sono morti, insieme, Luke Perry, il Dylan di Beverly Hills, e Keith Flint, leader dei Prodigy, è sembrato quasi il segno che sì, davvero il mondo è cambiato. Mi è salita all’improvviso un po’ di nostalgia della semplicità naif dei Novanta. E mi è venuto il sospetto che se continuano a chiamarci ‘giovani’, fino a quarant’anni e oltre, è solo perché, in questo presente complicato, precario e incerto, molti di noi sono rimasti impantanati negli stessi problemi che avevano a vent’anni.

di Lisa Ciardi

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