“Non si può morire così”. Quante volte lo abbiamo sentito dire? Anche negli ultimi giorni. Non si può morire per un po’ di spray al peperoncino durante un concerto. Non si può morire perché in una discoteca ci sono più persone del previsto. Perché sul posto di lavoro c’è poca sicurezza. O per un messaggio mandato col cellulare mentre si è alla guida. Non si può morire per uno scherzo di qualche bullo a scuola. Invece, purtroppo, si può.

E non penso proprio che sia una prerogativa dei nostri tempi. Non credo che la nostra epoca sia peggiore di altre (anzi). Semplicemente, come sempre è stato, la morte e il male si nascondono nella quotidianità, nelle cose di tutti i giorni, in una distrazione, in una scelta sbagliata, in una debolezza, in una leggerezza, in una sottovalutazione. Hannah Arendt parlava della “banalità del male”. Lo faceva riferendosi ai nazisti perché anche lì, in una delle tragedie più immani della storia, alla fine il male si annidava soprattutto nella quotidianità, nelle scelte di comodo, nel semplice accodarsi agli altri.

Allora, forse, dovremmo smettere di stupirci ogni volta di fronte alle tragedie, di inquadrarle in un’eccezionalità lontana che non potrà mai raggiungerci, di descrivere il mondo di oggi come il peggiore possibile, di lamentarci per la scomparsa di valori e virtù che probabilmente non sono mai stati così diffusi. Forse dovremmo solo aprire gli occhi e vedere il male che c’è nel quotidiano. Anche quello banale e inconsapevole. E organizzarci, attrezzarsi, pensarci, stare all’erta, combatterlo con l’attenzione che serve, con il lavoro di tutti i giorni. Perché si può morire così. Ma non si deve.

Lisa Ciardi

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